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‘ RELIVING AT POMPEII ’

 UN DOCUFILM EVENTO PER LE CELEBRAZIONI DEL 50° ANNIVERSARIO

DALLE RIPRESE DI ‘PINK FLOYD: LIVE AT POMPEII’

Il Parco Archeologico di Pompei e il Gruppo TIM

omaggiano lo storico film-concerto del 1971 del regista Adrian Maben

28 ottobre ore 20.00 in live streaming sulla piattaforma ITsART

‘Reliving at Pompeii’ – A 50 anni dalle riprese del film-concerto ‘Pink Floyd: Live at Pompeii’ diretto da Adrian Maben, che vide la storica band inglese esibirsi nel 1971 all’Anfiteatro di Pompei in un memorabile concerto a porte chiuse, il Parco archeologico di Pompei e il Gruppo TIM inaugurano una partnership per valorizzare ulteriormente un patrimonio unico al mondo, attraverso l’adozione di tecnologie digitali.

Reliving at Pompeii

Il 28 ottobre alle ore 20.00 in esclusiva gratuita live streaming su ITsART – la piattaforma digitale promossa dal MiC, dedicata all’arte e alla cultura italiana – sarà trasmesso il docufilm ‘Reliving at Pompeii’ in diretta dall’Anfiteatro in una modalità immersiva e digitale, da tutti fruibile.

Reliving at Pompeii
RELIVING AT POMPEII – Making of – Alessandra Sorrentino. © Afredo Contaldo for Magister Art

L’iniziativa è stata illustrata oggi all’Auditorium di Pompei alla presenza di Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, di Carmine Lo Sapio, sindaco della Città di Pompei, di Claudio Pellegrini, responsabile Sales Local Government, Health & Education di TIM, del giornalista Ernesto Assante e di Adrian Maben.

RELIVING AT POMPEII – Making of – Adrian Maben. © Afredo Contaldo for Magister Art

‘Reliving at Pompeii’ è un docufilm inedito declinato in 5 brevi episodi che ripercorre i momenti creativi del regista in un viaggio intimo dentro i luoghi del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del famoso film-concerto di cinquant’anni fa. Contenuti audiovisivi e multimediali di alta qualità, un allestimento scenografico contemporaneo e tecnologico d’avanguardia, intervallati da interventi e interviste condotte da Ernesto Assante, firma giornalistica storica ed esperto di musica, nonché della band, costituiranno l’evento della serata che ha la direzione artistica e creativa di Magister Art e quella tecnica di GSNET.

RELIVING AT POMPEII – Making of – Giulio Cristini e Adrian Maben. © Afredo Contaldo for Magister Art

Il docufilm ‘Reliving at Pompeii’ è stato realizzato con la regia di Luca Mazzieri, Magister Art, e la supervisione di Adrian Maben, che è ritornato per ripercorrere le tappe più significative del viaggio dei Pink Floyd a Pompei negli anni ’70. Alla narrazione filmica, audiovisiva, sonora e multimediale e a spezzoni del film originale, si aggiungono innovative soluzioni digitali rese disponibili dal Gruppo TIM, quali l’augmented reality, il light mapping dell’anfiteatro e la virtual reality, che consentiranno di vivere un’esperienza immersiva a tutto tondo da remoto.

RELIVING AT POMPEII – Making of – Giulio Cristini e Adrian Maben. © Adriano Spano for Magister Art

Il Gruppo TIM, partner tecnologico esclusivo e promotore dell’evento insieme al Parco Archeologico di Pompei, ha reso possibile questa iniziativa grazie alla sua capacità di innovazione in molteplici ambiti di applicazione, quali piattaforme di ‘live streaming’ in AR, il 5G, l’IoT e il Cloud. Questo grazie anche alle competenze delle aziende del Gruppo come Olivetti, l’IoT Digital Factory che ricopre anche il ruolo di Digital Payment Service Provider del Gruppo, e Noovle, la Cloud Company che grazie alle più avanzate tecnologie digitali aiuta le organizzazioni nel creare servizi smart e nel valorizzare le risorse del territorio, che propongono un evento per rivivere le atmosfere e la straordinarietà di un luogo unico al mondo qual è Pompei, in una modalità immersiva e digitale, da tutti fruibile.

Per assistere al live streaming dell’evento trasmesso in esclusiva su ITsART basterà registrarsi gratuitamente al sito https://www.itsart.tv/it/.

Reliving at Pompeii
RELIVING AT POMPEII – Making of – Alessandra Sorrentino. © Magister Art

Il concerto a porte chiuse del 1971 segnò un momento importante per la band, ma anche per il sito di Pompei e l’anfiteatro che, attraverso la musica, hanno raggiunto nuovi pubblici. – dichiara Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco – Si trattò di un connubio di arte, musica e monumento, di una potenza enorme. A 50 anni il Parco vuole celebrare quello che fu un evento straordinario, attraverso la sinergia con un partner come TIM in grado di fornire strumenti avanzati e innovativi. Inoltre, la diffusione di questo primo docufilm attraverso la piattaforma ministeriale ITsART, ci consente di garantire una fruizione ampia del patrimonio culturale”.

“Siamo orgogliosi di poter mettere a disposizione le nostre competenze e tecnologie in questa iniziativa con il Parco Archeologico di Pompei e il MiC, che conferma l’importante ruolo che TIM può svolgere per accelerare la diffusione di servizi digitali innovativi nel campo della cultura e del turismo – dichiara Claudio Pellegrini, responsabile Sales Local Government, Health & Education di TIM -. Si tratta di soluzioni appositamente sviluppate grazie alle piattaforme 5G, Edge cloud e alle competenze delle aziende del Gruppo TIMcome Olivetti e Noovle. Siamo convinti che l’utilizzo di queste tecnologie possa favorire l’adozione di nuovi modelli di fruizione del nostro immenso patrimonio artistico e culturale, valorizzandolo ulteriormente, e dare così impulso al processo di digitalizzazione del Paese”.

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Live streaming

ANFITEATRO DI POMPEI / EVENTO 28 ottobre 2021

PINK FLOYD: LIVE AT POMPEII

50° ANNIVERSARIO DELLE RIPRESE DEL FILM CONCERTO

DI ADRIAN MABEN – OTTOBRE 2021

Reliving at Pompeii

SINOSSI EVENTO

L’evento 50° Pink Floyd: Live at Pompeii celebra i 50 anni dalle riprese del film concerto di Adrian Maben. Il Parco Archeologico di Pompei e il Gruppo TIM realizzano l’evento che ha la  direzione artistica e creativa di Magister Art e la direzione tecnica di GSNET ed è scandito da un palinsesto scenico, multimediale e audiovisivo d’eccezione: lo spettacolo di luci e video mapping, che consente una ricostruzione dell’apparato iconografico perduto dell’Anfiteatro, è seguito dalla proiezione di RELIVING AT POMPEII, un docu-film diretto da Luca Mazzieri, Magister Art, per questo anniversario in omaggio al Parco Archeologico e alla intuizione di Maben di volere utilizzare l’Anfiteatro come set per il film concerto. Il registro narrativo si declina in cinque brevi episodi sui momenti creativi e le difficoltà realizzative del regista, in un viaggio intimo dentro i luoghi esterni ed interni del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del suo film.

Gli episodi narrano la genesi del film, realizzato ancora prima del clamoroso successo di “The Dark Side of the Moon” – divenuto poi “di culto” – contestualizzandolo ai giorni nostri rivolti ad un pubblico nuovo nel 2021. Conclude l’evento la proiezione del film Pink Floyd: Live at Pompeii ideato e realizzato da Adrian Maben nel 1971.

L’ambientazione del contesto sarà altrettanto evocativa e in linea con l’identità dell’evento celebrato: l’Anfiteatro ospiterà solo un monolitico schermo, in assenza di pubblico, fedele al concetto anti-Woodstock del film originale, concentrato di iconiche immagini e di musica nella sua pura essenza: fu uno spostamento epocale, sperimentato per la prima volta, del modello di esecuzione della musica rock dal vivo.

Il 28.10.2021 alle ore 20.00 l’evento sarà trasmesso in diretta live su itsart.tv e vedrà la partecipazione e conduzione del critico musicale Ernesto Assante in dialogo con il Direttore generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il responsabile Sales Local Government, Health & Education di TIM Claudio Pellegrini e il regista Adrian Maben.

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RELIVING AT POMPEII

Un film di Magister Art

SINOSSI

RELIVING AT POMPEII è il docu-film realizzato appositamente per celebrare il 50° anno dalla produzione del film Pink Floyd: Live at Pompeii in omaggio al Parco Archeologico e alla intuizione di Maben di volere utilizzare l’Anfiteatro come set per il film concerto. Il registro narrativo si declina in cinque brevi episodi sui momenti creativi e le difficoltà realizzative del regista, in un viaggio intimo dentro i luoghi esterni ed interni del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del suo film. Gli episodi svelano la genesi del film, realizzato ancora prima del clamoroso successo di “The Dark Side of the Moon” – divenuto poi “di culto” – contestualizzandolo ai giorni nostri, rivolti ad un nuovo pubblico nel 2021.

SCHEDA TECNICA “RELIVING AT POMPEII”

Titolo originale: RELIVING AT POMPEII

Lingua originale: inglese

Sottotitoli: italiano

Genere: docu/fiction

Paese di produzione: Italia

Casa di produzione: Magister Art

Anno di produzione: 2021

Anno di ambientazione: 1971 – 2021

Luoghi in cui è ambientato: Parco Archeologico di Pompei, Città di Pompei

Durata: 50’

Formato: 16/9

Macchine da presa: Sony fs7

Standard: 4K Rec.709

Regia: Luca Mazzieri

Produttore: Renato Saporito

Produttore esecutivo: Jelena Jovanović

Service: LaStrada produzioni

Direttore di produzione: Camilla Margio

Coordinatore di produzione: Mirko Mina

Assistente di produzione: Aldo de Martinis

Aiuto regia: Lorenzo Molossi

Messa in onda live: ITs ART (www.itsart.tv)

Interpreti e personaggi principali: Adrian Maben, Giulio Cristini, Alessandra Sorrentino, Gabriel Zuchtriegel

Musica: Antonio Fresa

Fotografia: Gianluca Laudadio

Scenografia: Massimo Mereu

Sceneggiatura: Marco Mazzieri con la consulenza di Stefano Girolami

Montaggio: Giuseppe Carabelli

Costumista: Ginevra Polverelli

Assistente costumista: Agostino Varchi

Trucco: Annalisa Parisi

Segretaria di edizione: Francesca Iannucci

Fotografo di scena: Alfredo Contaldo con Adriano Spano

Direzione progetto grafico: Alessandra Costantini

Coordinamento progetto grafico: Tilbe Kucukonder

Segreteria scientifica, coordinamento ricerche d’archivio: Fabrizia Maselli

Segreteria organizzativa: Giulia Lasen

Operatore di macchina: Marco Pasini

Assistente operatore di macchina: Paolo Cafiero

Aiuto operatore di macchina /video assist: Mattia Gariglio

Fonico: Eduardo Orsini

Capo squadra elettricisti: Raffaele Silvestri

Facilities: Giacomo Beschi

Promosso da Parco Archeologico di Pompei e dal Gruppo TIM

TITOLI DI CODA

Promosso dal PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI e dal GRUPPO TIM

Un film ideato e prodotto da MAGISTER ART

con ADRIAN MABEN

GIULIO CRISTINI

con la partecipazione di ALESSANDRA SORRENTINO

e del direttore del Parco Archeologico di Pompei GABRIEL ZUCHTRIEGEL

Regia di LUCA MAZZIERI

Musiche di ANTONIO FRESA

Prodotto da RENATO SAPORITO per MAGISTER ART

Produttore esecutivo JELENA JOVANOVIC

Sceneggiatura MARCO MAZZIERI
con la consulenza di STEFANO GIROLAMI

Fotografia GIANLUCA LAUDADIO

Montaggio GIUSEPPE CARABELLI

Musiche composte e dirette da ANTONIO FRESA 

con la straordinaria partecipazione di LUCA AQUINO e ANTONIO IASEVOLI

Registrato e mixato allo STUDIO SPLASH di Napoli

da ANDREA CUTILLO e MASSIMO ALUZZI

Pianoforte e tastiera ANTONIO FRESA

Tromba LUCA AQUINO

Chitarre ANTONIO IASEVOLI

Violino PASQUALE MURINO

Violino SALVATORE LOMBARDI

Viola LUCA IMPROTA

Violoncello STEFANO JORIO

Violoncello AURELIO BERTUCCI

Basso elettrico LUIGI SCIALDONE

Scenografia MASSIMO MEREU

Voce narrante MARTIAL JUSTE MABEN

Service di LaStrada Produzioni

Produttore Esecutivo LaStrada Produzioni MAURO CALEVI

Responsabile Amministrativo LaStrada Produzioni MAURIZIO SEBASTIANELLI

Direttore di Produzione CAMILLA MARGIO

Coordinatore di Produzione MIRKO MINA

Assistente di Produzione ALDO DE MARTINIS

Costumista GINEVRA POLVERELLI

Assistente Costumista AGOSTINO VARCHI

Trucco ANNALISA PARISI

Aiuto Regia LORENZO MOLOSSI

Fotografo di scena ALFREDO CONTALDO con ADRIANO SPANO

Operatore di macchina MARCO PASINI

Assistente operatore di macchina PAOLO CAFIERO

Aiuto operatore MATTIA GARIGLIO

Aiuto operatore ELENA DE SANTIS

Fonico EDUARDO ORSINI

Capo squadra elettricisti RAFFAELE SILVESTRI

Facilities GIACOMO BESCHI

Segretaria di Edizione FRANCESCA IANNUCCI

Direzione progetto grafico ALESSANDRA COSTANTINI

Coordinamento progetto grafico TILBE KUCUKONDER

Segreteria scientifica, coordinamento ricerche d’archivio FABRIZIA MASELLI

Segreteria organizzativa GIULIA LASEN

Ringraziamenti

Si ringrazia per la concessione del materiale d’archivio

PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI

ALTAIR4 MULTIMEDIA

LUIGI DONNARUMMA

ALBERTO VILNI
MARTIN B. JANSSEN 

Special thanks to

HABITA79 HOTEL&SPA

HOTEL FORUM POMPEI

CE AGENCY PER MUSIC CONTRACTING AND ADMINISTRATION 

NATALE E DONATO MONTILLO

CINEMA TEATRO SUPERCINEMA DI CASTELLAMMARE DI STABIA

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PINK FLOYD: LIVE AT POMPEII

SINOSSI

Pink Floyd: Live at Pompeii è un film-concerto diretto da Adrian Maben, incentrato sulla musica del gruppo rock inglese dei Pink Floyd e sulla loro storica esibizione tra le rovine di Pompei. Magistralmente registrata di giorno nell’arena immersa nel sole, e di notte tra gli affascinanti resti della distruzione vulcanica, questa live session senza pubblico, girata nell’arco di quattro giorni nell’ottobre 1971, include i brani: Echoes (diviso in 2 parti), Careful with that axe, Eugene, A saucerful of secrets, One of those days, Set the controls for the heart of the sun, Mademoiselle nobbs (Seamus).

SCHEDA TECNICA


Titolo originale:
Pink Floyd: Live at Pompeii 

Genere: Film-concerto

Paese di produzione: Francia, Belgio, Germania

Casa di produzione: Universal Studios

Anno di produzione: 1972

Durata: 80′

Regia: Adrian Maben

Musiche: Pink Floyd

Fotografia: Willy Kurant, Gabor Pogany

Montaggio: Nino Di Fonzo, Jose Pinheiro

Effetti speciali: Michel François, Monteurs Studio, Teletota

Cast: David Gilmour, Richard Wright, Roger Waters, Nick Mason

 

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Testi, video e foto dall’Ufficio Stampa del Parco archeologico di Pompei

Dal 26 giugno, previa registrazione, si potrà guardare in esclusiva gratuita e in streaming su ItsART il concerto che Fiorella Mannoia ha eseguito in forma acustica presso il Teatro Romano di Ostia antica. Comincia a parlare dei suoi passi mentre si introduce con queste parole: “Il teatro era un punto di ritrovo importante, spesso era la sede di incontri dove si decidevano le sorti della città. Andare a teatro era ed è ancora oggi un modo per conoscere il mondo attraverso le storie raccontate”.

La telecamera dal primo piano del suo volto stacca la ripresa per mostrarci l’immenso splendore di quel Teatro, prima che la musica inizi a risuonare fluida tra le antiche pietre.

ItsART, com’è scritto sul sito, “è il palcoscenico virtuale dedicato alla diffusione digitale dei contenuti artistici e culturali dell’Italia (…) Un viaggio emozionante tra musei, teatri, biblioteche e aree archeologiche (…) Un catalogo di contenuti disponibili in live streaming e on demand, per vivere l’arte, raccontare gli artisti”. Una nuova piattaforma, promossa dal Ministero della Cultura e da Cassa Depositi e Prestiti, con poco più di un mese di attività (dopo la costituzione ufficiale avvenuta nel gennaio scorso) e alla quale è possibile inviare proprie proposte di contenuto/evento anche non avendo una carriera avviata alle spalle. Un modo, in sostanza, per far ripartire la cultura aspramente danneggiata dalle restrizioni dovute alla pandemia da COVID-19.

Il sipario che ha aperto il concerto della Mannoia si trova proprio all’interno dell’area archeologica degli scavi ed è per questo suggestivo, come lo è l’accompagnamento strumentale formato dal quartetto d’archi dei Solisti del Sesto Armonico, ensemble nato da un’idea del M° Beppe Vessicchio e composto quella sera dai violini Gennaro Desiderio e Zita Mucsi, dal violoncello Zsuzsanna Krasznai e dalla viola di Nicola Ciricugno; dalle chitarre di Max Rosati e Alessandro De Crescenzo; dal pianoforte (uno Steinway & Sons) di Danilo Rea. Apre proprio lui con Ah che sarà, un presagio che inviterà al futuro fino alla fine ripercorrendo i grandi classici (Come si cambia, Quello che le donne non dicono, Il parco della luna, In viaggio) ma anche le canzoni più recenti (Che sia benedetta, Il peso del coraggio, Padroni di niente). Fiorella ringrazia sempre e nel cantare, anche se il pubblico lì non c’è e non è visibile, impegna l’interpretazione al massimo. Con lei c’è Sally e ci sono i draghi di Felicità, c’è La cura del tempo in omaggio a Battiato, c’è il duetto con Elodie.

Fiorella Mannoia Teatro Romano di Ostia antica ItsART
La locandina del concerto di Fiorella Mannoia al Teatro Romano di Ostia antica su ItsART. Foto di Francesco Scipioni

Gli arrangiamenti creati sperimentano un diverso senso del ricordo, quello che ognuno di noi può avere nell’ascoltarla, riavvolgendo la memoria al momento in cui nella nostra vita quella particolare canzone ha saputo meglio di altre tradurre in note il sentimento che stavamo provando o la battaglia che stavamo affrontando. La musica ha quel potere speciale di farti rinascere nel diritto che lei canta di ricominciare, lontano da questi mesi pesanti, ma anche più consapevoli di una vita che è valore e dalla quale, come sottende spesso nei suoi brani, non possiamo voltarci.

Ricordo Fiorella Mannoia anni fa a cantare a Roma nel quartiere Ostiense ai mercati generali, dove nel buio dei pochi fari c’era sempre tanta voglia di fare musica, di far arrivare quel messaggio, quelle parole che sanno di speranza e di forza. Quelle parole che a volte te le fissi nella mente come parte di un mantra, perché ti fanno compagnia mentre stai ancora lottando e ti fa piacere, ti rincuora sapere che chi canta, in studio o al Teatro Romano di Ostia Antica, metta spessore nelle proprie frasi, che non lasci le emozioni al caso, che abbia anche lei provato a rimettere ordine nel caos.

Così, quando la telecamera da ItsART si rialza dal suo abito nero lungo e sul palco minimale e tu vedi che il sole sta tramontando su quella città eterna che non puoi assistere se non in streaming, con un po’ di nostalgia l’impulso dell’applauso ti avvolge comunque, batti le mani e gridi lo stesso che son bravi, lo stesso, dal divano di casa.

Fiorella Mannoia. Foto di Francesco Scipioni

Per maggiori informazioni:

www.fiorellamannoia.it

www.itsart.tv

www.danilorea.net

https://www.facebook.com/ilsestoarmonico

Un nome che non lascia spazio a fraintendimenti: Holebones è una resa inglese dell’ossobuco, piatto tipico milanese, ma che al contempo sembra riecheggiare l’essenza del blues, un’anima viscerale e per certi versi eterea, a cavallo tra realtà e spirito.

Un nome scelto bene, ma che è davvero solo un attimo, un sorriso prima di restare colpiti dall’impatto sonoro di una band che sulla scena musicale oggi colpisce per l’essenziale. Colpisce per il fatto di aver di fronte musicisti che sanno suonare, e sanno suonare dannatamente bene. E non tanto è un fatto di virtuosismo, quanto di preminenza data alla musica e allo spirito del genere.

Un genere musicale che non è certo nuovo, che nel nostro Paese ha vissuto alterne vicende nel secolo scorso e che è arrivato al grande pubblico soprattutto quando commistionato alla musica leggera.

Loud è il nome del loro album di esordio, ed è un altro nome decisamente scelto bene: nella loudness war del genere blues, gli Holebones si piazzerebbero sicuramente ai piani alti della classifica.

Holebones Loud
La copertina di Loud, album di esordio degli Holebones per Bagana – B District Music (2021)

Ringraziamo gli Holebones per aver risposto alle domande di XtraCult. Il loro sito ufficiale lo trovate qui.

 

Profondamente radicati nella storia di questo genere musicale, il vostro suono è al contempo moderno e tradisce una grande attenzione ai dettagli. Come nasce il suono degli Holebones?

Credo che nasca dalla nostra esperienza lavorativa e artistica.

Ognuno di noi ha una propria indole artistica e attinge a diverse fonti di ispirazione.

Metti tutto in un calderone e quello che esce sono gli Holebones, un insieme di diversità musicali.

Quello che fa da collante appunto è il Blues e la nostra passione per questo genere musicale.

Abbiamo età diverse ed esperienze diverse, credo che il bello di questa Band sia che ognuno di noi mette al servizio degli altri il proprio sapere, oltre allo strumento.

 

I brani che avete presentato finora tradiscono una genesi anche molto differente. Cosa vi ha ispirato nella realizzazione di questo disco?

Siamo stati ispirati dal trovarci bene insieme a suonare.

L’alchimia tra musicisti non è scontata, mettici un lockdown ed un disperato bisogno di suonare et voilà! Registri “Loud”.

Questo primo lavoro è come il primo mattone di una casa, ora vorremmo approcciare allo stesso modo un prossimo disco di brani originali.

Come ogni Band storica siamo partiti da delle cover, come hanno fatto i Beatles, Rolling Stones ed un altro miliardo di band, per poi farci ispirare a scrivere inediti.

Intanto abbiamo il nostro sound, il resto si vedrà.

Loud ripercorre la storia del blues. Quali tappe storiche avete voluto includere in questo primo album, in particolare? 

In realtà non si voleva ripercorrere la storia del Blues, in 8 brani poi è praticamente impossibile. Abbiamo scelto alcuni brani che secondo noi sono delle pietre miliari del genere e gli si è data una veste un po’ più moderna in modo da avvicinare le nuove generazioni a questo genere fondamentale per tutta la musica.

Gli interpreti del Blues erano dei cantastorie, spesso i testi parlano di vita vissuta: ad esempio Mojo Hand parla di un uomo che cerca di stregare la donna che ama con un amuleto. Altri hanno dei contenuti importanti e di spessore come Ain’t gonna let nobody (un vero e proprio inno ai diritti civili) o Black Man di Stevie Wonder che, pur non essendo un blues, abbiamo scelto per il testo antirazzista, un tema ancora purtroppo molto attuale.

Holebones
Gli Holebones

“Portare il Blues alla gente a cui il Blues non è ancora arrivato”. Questo è uno dei vostri obiettivi. Cosa significa concretamente? 

Il tempo passa e ci sono nuove generazioni che non conoscono la storia del Blues e di altri generi.

Chiedere ad un ventenne di ascoltare John Lee Hooker nel pieno della musica trap/pop sembra quasi una missione, come quella dei Blues Brothers nel salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti.

Non siamo in missione per conto di Dio ma forse del Blues.

La nostra speranza è che il nostro suono ed identità possa “stuzzicare” persone che hanno meno dimestichezza con questo genere musicale.

Non siamo i soli e ne siamo consapevoli, ma magari nel nostro piccolo riusciremo a fare una piccola differenza.

Il tempo ci dirà se avremo avuto successo, intanto noi ci proviamo con tutto il cuore.

Il Blues ha un fan club insospettabile, ci sono parecchi artisti che promuovono questo genere e ci sono parecchie persone innamorate di questa musica.

Abbiamo suonato come sideman, spesso in locali imballati di persone.

Ora è il nostro turno… Speriamo, incrociamo le dita.

Gli Holebones sono Heggy Vezzano, Andrea Caggiari, Leif Searcy, Niccolò Polimeno

In un genere così tradizionale come il blues, ci sono degli elementi di originalità che rivendicano gli Holebones?

Il sound.

L’unica cosa che è indiscutibilmente nostra.

Fatto non solo di pentatoniche, anzi, ma di pizza, birra, ossobuco e vino rosso, di chitarre graffianti.

Insomma il nostro retaggio culturale che ispirato dal Delta del Mississippi ci porta al nostro Delta dei Navigli!

 

Tra le primissime cose che avete già fatto, una diretta memorabile dal Nidaba. Cosa avete provato a suonare “dal vivo” in questa situazione che stiamo vivendo?

La nostra prima volta, come tutte le prime volte non la scorderemo mai! [Ridono]

Scherzi a parte, è stato come tornare a respirare.

Vedere Max e Barbara è stato come se ci avessero ridato un pezzo di vita!

Sembravamo un gruppo di ragazzini che non vedono l’ora di suonare davanti agli amici e far vedere cos’hanno preparato.

Siamo sicuri che sia stato l’inizio di qualcosa che dovrà tornare, l’affetto dimostrato da tutti lo abbiamo sentito come se fossero stati nel locale.

Ripeteremo prestissimo!

[La live al Nidaba Theatre è disponibile su Facebook al seguente link: https://fb.watch/5mAhXIOYbj/

 

Holebones
Gli Holebones

 

C’è qualcosa che in particolare tradisce l’origine milanese della band, in questo esordio?

L’Ossobuco?

Holebones vuol dire letteralmente ossobuco.

Stavamo cercando un nome per la Band, cosa difficilissima se non impossibile.

L’abbiamo cambiato tipo 5 volte, poi trovandoci per due chiacchiere in un bar prima dell’ennesimo lockdown è uscito quasi per scherzo questo nome.

Insomma cosa c’è di più caratteristico dell’Ossobuco e del riso giallo a Milano? Solo la Cottoletta, ma non suonava bene! Il nome non è stato scelto tanto per rivendicare le nostre origini (più o meno milanesi), ma più che altro per “dichiarare” che siamo qui e ora, come la nostra musica.

 

Gli Holebones sono Heggy Vezzano (chitarra e voce), Andrea Caggiari (basso e voce), Leif Searcy (batteria e voce), Niccolò Polimeno (chitarra e voce). Su Loud è possibile ascoltare le armoniche di Andy J. Forest, l’album è stato registrato da Niccolò Polimeno e Matteo Gilli presso il Nolo Recording Studio, mixato e masterizzato da Antonio “Cooper” Cupertino.

Robert Johnson, fumetto di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Nasce spontaneo, come un’erba selvatica impossibile da sradicare, perché il blues è il canto che lega intere generazioni melanconiche, è la testimonianza canora di un passato schiavista che riverbera ancora oggi. Impossibile non cedere al fascino di questo canto. Melodie tristi, struggenti, cantate quasi trattenendo le lacrime per raccontare le grandi delusioni della vita come la perdita dell’amore, l’impossibilità di ricongiungersi con la propria famiglia o il sogno di riabbracciare la terra d’origine, l’Africa.

Nel Sud degli Stati Uniti d’America iniziò la rivoluzione musicale dei Diavoli Blu

Il blues non raccontò solo le umili origini degli interpreti, ma creò a livello endogeno una mitologia popolare, perché coloro cantavano e suonavano plasmarono le comunità afroamericane in enti che tentarono – riuscendoci – di trasformare il loro mondo emotivo in un fenomeno di successo commerciale. I primi a tramutare il blues in un’ottica di successo musicale ad ampio raggio furono gli interpreti del Delta, quei musicisti di colore che operarono tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Nel decennio appena accennato il blues si popolò di vere leggende della musica, a cui attorno gravitavano dicerie, rumors e vere imprese degne di un’epopea. Un esempio tra tutti è Robert Johnson. La travagliata vicenda biografica di Robert Johnson e il suo successo, costellato da eccessi e amori fiammeggianti, costituiscono il fulcro del recente fumetto sceneggiato da Jacopo Masini e illustrato da Francesco Paciaroni, uscito per Edizioni Inkiostro.

Robert Johnson fumetto
La copertina del fumetto Robert Johnson, di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni, pubblicato da Edizioni Inkiostro

Masini e Paciaroni raccontano la vita di uno dei più grandi musicisti mai esistiti, scomparso a soli 27 anni.

I got a kindhearted woman do anything in this world for me I got a kindhearted woman do anything in this world for me but these evil-hearted women, man they will not let me be I love my baby my baby don’t love me
Partendo dal substrato mitico che aleggia intorno al giovanissimo Robert Johnson, Jacopo Masini racchiude la biografia del musicista in una cornice in bilico tra la narrazione classica delle vicende personali fino a tratteggiare, in maniera fumosa, le misteriose vicende che consacrano Johnson a dio del blues. Usando un narratore vivido e che ha toccato con la proprio mano Robert Johnson, Masini ripercorre i successi e i fallimenti del giovanissimo talento, consapevole della volontà di scarnificare l’idolo della musica per ritrarre il ragazzo che si innamora delle work song e delle melodie struggenti.
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Più che una biografia a fumetti, l’opera di Masini e Paciaroni è un’archeologia del beat e del sound che ha spinto Johnson a consacrarsi alla musica dopo una vita tormentata dal dolore, il disamore e un passato legato allo schiavismo della comunità in cui si riconosce.

 
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Mentre il popolo americano vive il proibizionismo e la crisi del ’29, gli afroamericani ancorano il proprio bagaglio emotivo all’unica forma espressiva ed artistica che possono praticare. Ricordiamo che Ralph Ellison riesce a pubblicare Invisible Man soltanto nel 1953 per codificare una delle prime forme letterarie che rappresentano il nazionalismo nero. Masini riesce quindi non solo a proporre le vicende biografiche con cura ma interviene nel linguaggio, nei dettagli storico-sociali per inquadrare uno degli spaccati storici più interessanti non solo della scena musicale. Non si può svincolare il blues dalla storia, dalla terra e dalle persone. Sofferenza e musica, sono entrambe la stessa cosa.

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Paciaroni ha il merito di scolpire il titanismo sentimentale degli eroi del blues, della loro verve e fantasia; passione e gioia traspaiono con la stessa folle lucidità degli incubi interiori e delle grandi sofferenze. Un tratto deciso, capace di far trasparire gli ossimori e le contraddizioni che animavano Johnson, i suoi amori, le sue idee fuori di testa, l’incapacità di contenere la propria rabbia o passione. Masini e Paciaroni formano un cocktail perfetto, a cui è impossibile resistere anche per coloro che non amano il blues o che non lo conoscono. Bellissime le sequenze di alcune tavole tripartite, che vivisezionano i volti, come per sottolineare lo smembramento dell’interiorità. La psicologia per la caratterizzazione dell’intero coro di comparse e personaggi è di grande cura, ciò non si limita a una ricostruzione biografica, ma a una vera dichiarazione d’amore al blues, a quel mondo perduto e a Robert Johnson.

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Biografia romanzata o leggenda? Forse agiografia di un diavolo poeta.

Si ringrazia Edizioni Inkiostro per le immagini.

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su ClassiCult.

Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans di Laurie Verchomin – recensione

“Stasera faccio la volontaria per la Railtown Jazz Society, che ha ingaggiato il Bill Evans Trio per suonare in questa chiesa/discoteca/ristorante cinese. È la prima volta che vengo qui e rimango colpita dalla stravaganza dell’arredo”.

È il 1979 Laurie Verchomin ha ventidue anni, Bill Evans cinquanta. Laurie è una ragazza che, durante la rivoluzione sessuale degli anni Settanta, cerca disperatamente una via di fuga da una famiglia ancorata al passato, da un padre musicista che non ha mai sentito suonare, che la chiama puttana e la strattona quando rincasa tardi la sera e da una madre che lei crede non averla mai approvata. Nel fuggire dalla loro “borghesia di prateria” sembra invece voler solo tornare, nonostante le gravidanze, gli aborti e la cocaina non avessero dato altro che l’effetto contrario.

Quando cominciano a frequentarsi con Evans, lei è già stata capace di distinguere tra il musicista che tutti i critici non faticavano a definire per le sue composizioni di rara bellezza espressiva e l’uomo di cui si era innamorata. “Eravamo una coppia così strana, transgenerazionale” riconosce, “Bill è entusiasta della mia giovinezza. Io sono presa dalla sua profondità (…) Sto vivendo per la prima volta un uomo che si prende cura di me”. L’affetto che Evans prova per Laurie appare così sincero da trascendere persino le sue due ex compagne di vita, di cui una suicida, e i suoi figli, che le farà conoscere per rendere la loro relazione ancor più unita.

Trascorreranno insieme quell’anno prima della prematura dipartita di Evans sconfitto dall’epatite. Quando Laurie entra nella sua vita sforzandosi di diventare leale e coraggiosa, il pianista ha già impresso nella musica la sua personale visione della tragedia, ha già collaborato con Miles Davis in Kind of Blue, poi con Paul Motian e George Russell, ha già cambiato il modo di intendere il jazz per quelli che sarebbero venuti dopo.

Con intermezzi di poesie e passi di un diario scritto in quel periodo, Laurie Verchomin ne Il grande amore con una scrittura asciutta e minimale racconta la vita e la morte avuta con Bill Evans, in un libro autopubblicato nel 2010 e che Minimum Fax ha riproposto quest’anno nella sua collana musicale.

Verchomin Bill Evans
La copertina del libro di Laurie Verchomin, Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans, tradotto da Flavio Erra e pubblicato da Minimum Fax (2021)

Tutto tra loro è iniziato per caso in quella chiesa sconsacrata cinese di Edmonton in Canada. È il 1979 e Bill Evans è già molto malato ma questo non gli impedirà di ritagliarsi ancora un pezzo di vita intensa, tra una tournée e l’altra, insieme a lei che sarà ispirazione d’amore e di musica.

 

Laurie Verchomin, Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans, Ed. Minimum Fax 2021, pagg. 176, Euro 16.

Foto di decrand

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su Paesaggi Colorati.