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Lorenzo Santangelo è un cantautore romano, da poco uscito col nuovo singolo L’arancio (Lungomare – Believe), che segue due EP (Respiro del 2019 e Canzoni in fuga del 2015) e un album (L’ultimo album di esordio del 2016).

L’arancio si discosta dalle altre canzoni prodotte da Lorenzo Santangelo, e come lui stesso ha spiegato, la creazione di questo brano è stata per lui un’esperienza “emozionante”, che lo ha portato a rivivere il suo legame col nonno, un legame intenso e indissolubile come solo quelli familiari possono essere.

Abbiamo intervistato Lorenzo Santangelo, che ringraziamo per aver risposto alle domande di XtraCult:

Com’è la Roma di Lorenzo Santangelo? Come l’hai vista dall’estero? E cosa cambieresti?

Parti subito con una bella domanda! Bella e complicata… Allora, io sono nato a Roma e sono estremamente romano in quasi ogni aspetto della vita. Ma l’ho lasciata a 23 anni perché il classico rapporto di amore e odio che ogni romano ha con la sua città stava diventando un problema. Credo che Roma avrebbe potuto distruggermi, risucchiarmi nel suo vortice di bellezza e follia. All’epoca dicevo sempre che Roma è la più bella città di merda del mondo.
Adesso è da tanti anni che non ci vivo più e questo ha aiutato il nostro rapporto, ora siamo tornati amici… Ma i problemi restano, ogni volta che torno dopo che mi è mancata come l’ossigeno, capisco che probabilmente non potrò viverci mai. Prima de “L’arancio” avevo iniziato a scrivere un’altra canzone in romano, il titolo era “S.P.Q.R. Se Potrebbe Quasi Rifà (‘sta città)”, ma non l’ho mai finita perché non mi sembrava giusto, non vivendoci da tanto, trattarla così. Insomma, si sarà capito che la tratto quasi come una persona.
Mi chiedi come l’ho vista dall’estero, e a questa domanda non posso rispondere. Quando ero in Australia pensavo all’Italia tutta, non riuscivo a dividerla in città o regioni. E vedere l’Italia da fuori è stato fondamentale: quando sei dentro a certe dinamiche per te sono la normalità, quando in realtà il concetto di normalità è estremamente relativo, e vivere tanti anni all’estero ti aiuta a capire questa cosa, secondo me fondamentale. Cosa cambierei di Roma non lo so, anche niente. Magari sono io che devo cambiare per viverci.
Lorenzo Santangelo
Lorenzo Santangelo
Come vive un italiano in Australia? Come pensi che stia cambiando il mondo?
Senza saperlo ti ho risposto in parte prima. Di nuovo, ti rispondo che tutto è relativo. Non si può dire che un italiano vive bene o male in un posto diverso, dipende dal carattere di ognuno e dalle situazioni. Personalmente sono stato benissimo in Australia, è un Paese magnifico sotto tanti punti di vista e sono orgoglioso di essere diventato cittadino australiano. Ho conosciuto tantissimi italiani che considerano l’Australia un paradiso e l’unico posto al mondo in cui poter vivere, mentre tantissimi altri l’hanno vissuta male, molto male.
Il punto è che a certe cose devi essere un po’ predisposto, e poi c’è anche il caso, la fortuna. A volte se deve andare male va male, e tu non puoi farci niente. Tornando alla mia esperienza, è stata importantissima. Sicuramente non sarei la stessa persona senza averla fatta, e non solo nei documenti.
Non penso di poterti dire in che direzione stia andando il mondo in generale, perché le differenze tra i vari continenti sono abissali. Ecco, forse il problema maggiore è proprio questo: la disuguaglianza. Ad esempio, io in Australia posso dire di aver avuto un percorso di successo, ma solo perché ero un migrante di Serie A, tutto era predisposto per far sì che io potessi integrarmi. Purtroppo non è sempre così, e io credo sia un’ingiustizia grave. Il mondo è di tutti e ognuno dovrebbe poter avere la possibilità di scegliere dove vivere.
arancio L'arancio Lorenzo Santangelo
La copertina del singolo L’arancio (Lungomare – Believe) di Lorenzo Santangelo, prodotto da Filippo Raspanti per Sphere Music International
In questo singolo sembra tornare anche un senso di protesta col mondo, che già compare nei lavori precedenti. Come speri che cambino le cose?
Il senso di protesta di cui parli, che forse si potrebbe definire anche disagio, credo ci sia in tutte le mie canzoni. Ovviamente, come per ogni autore, voi conoscete solo un decimo, forse, delle canzoni che ho scritto, e considerando anche tutta l’infinita produzione inedita sì, posso dirti che è così. Non c’è nulla di studiato, te lo assicuro.
Credo sia il mio modo di esprimere qualcosa che altrimenti probabilmente resterebbe dentro. Io sono tendenzialmente una persona inquieta e faccio fatica a trovare un mio equilibrio, e scrivere canzoni è l’unica cosa che mi calma. Hai ragione sulla parte di testo che hai citato. Il punto è che volevo scrivere una canzone estremamente intima ma poi alla fine quel mio lato di protesta esce sempre.
In quel punto mi sono messo io nei panni di un nonno nel mondo di oggi, e io al posto suo direi proprio “ma che state a fa?”, perché mi sembra che molti insegnamenti delle generazioni passate non li abbiamo seguiti, anzi forse li abbiamo proprio dimenticati. Credo che a tutti i nonni, a tutte le persone nate all’inizio dello scorso secolo, il mondo di oggi non piacerebbe, o almeno avrebbero di che lamentarsi, mettiamola così.
L’arancio: ricordo o riscoperta?
Mi ha molto colpito anche un passaggio: “c’hai tempo pure pe scordatte de me”. Cosa si intendeva lì?
Entrambe le cose. Scrivere questa canzone per me è stato bellissimo, perché proprio scrivendola mi tornavano alla mente ricordi bellissimi. Per molti di noi i ricordi legati ai nonni sono i più belli in assoluto. Però tutto nasce da una riscoperta. Ti ho parlato prima del mio rapporto conflittuale con Roma e in generale con tutta una parte della mia vita.
Andare via tanto tempo, e soprattutto così lontano, mi ha fatto scavare dentro alla ricerca delle mie radici. Non è stato voluto, mi è venuto automatico, un po’ come se fosse una necessità. E scavando alla ricerca di queste radici mi sono accorto che più indietro di mio nonno non potevo proprio andare. In fondo, nasce tutto da lì.
E ho cominciato a ricordarlo profondamente, come non facevo da anni. Ho capito che mio nonno era un grande perché era una persona normalissima. Lui non era un dottore, un imprenditore, un cavaliere, non ha fatto il partigiano, non era impegnato in politica. Nulla, la sua grandezza era la normalità. Il cercare di stare al mondo nella maniera più serena possibile, facendo il tuo, senza prevaricare. E soprattutto conoscendo i propri limiti. Forse questo è l’insegnamento più grande: capire e accettare i propri limiti è forse l’unico modo che abbiamo per trovare la tranquillità.
La frase “Tu che la vita c’hai davanti, spero, e se tutto va liscio c’hai tempo pure pe scordatte de me” è davvero importante nel testo, e mi fa molto piacere che tu l’abbia sottolineata, perché lì c’è un po’ il fulcro, il resto è svolgimento di quel concetto. Lì c’è l’invidia amorevole di un vecchio nei confronti di un giovane, ma allo stesso tempo anche l’orgoglio e la gioia perché, in qualche modo, qualcosa di tuo va avanti.
In quello “spero” c’è tutta la veracità del romano, quella scaramanzia incontrollabile, soprattutto quando si tratta di persone a cui tieni, ma anche la paura che possa succedergli qualcosa. Mentre la parte finale rappresenta il terrore che, credo, ognuno di noi ha, e che suppongo aumenti quando si arriva verso la fine: che sia stato tutto inutile? Che tutto questo non sia servito a niente, che non lasci niente?
Credo che moriremo definitivamente solo quando non ci sarà nessuno sulla faccia della Terra che si ricorderà di noi. In quella frase il nonno augura lunga vita al nipote, e contemporaneamente esterna una paura atavica, e anzi è il suo modo (molto romano) di chiedergli di non dimenticarlo mai. Proprio in questi giorni sto realizzando una cosa molto bella: sarà molto difficile, se non impossibile, che questa canzone abbiamo un grande successo, ma in ogni caso con questo pezzo ho reso mio nonno immortale. Magari ci sarà ancora una persona al mondo che tra 1000 anni ascolterà questa canzone. Anche una sola. E allora mio nonno, una persona normalissima che non sarebbe mai passata alla storia altrimenti, sarà ancora ricordato.
A cosa pensi ora, per il 2022?
Adesso è troppo difficile fare progetti. Vorrei tantissimo fare concerti ma programmare queste cose ora è impossibile. E poi, in generale, è complicato muoversi nel mondo dei live per un artista non famoso. Ad ogni modo spero di riuscire a pubblicare un album, sicuramente uscirà qualche altro singolo, ma andiamo per gradi.
A parte il lato artistico, sicuramente continuerà la mia trasmissione radiofonica Parlando di Musica, in onda su Sbs (la radiotelevisione nazionale australiana). È una cosa che amo fare e che mi permette di conoscere tantissimi grandi artisti. E poi che ti devo dire, dopo tanti anni all’estero e questi ultimi due anni di blocco, sto cercando di farmi casa! Probabilmente nei prossimi mesi riesco a risolvere anche questo problema.
Vorrei chiudere ringraziandoti e ringraziandovi tantissimo. Mi avete fatto un’intervista molto bella, con tanta professionalità, ed è stato un grande piacere rispondervi. Grazie ragazzi, sempre avanti così, DAJE!

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Esce in radio “L’Arancio”, il nuovo singolo di Lorenzo Santangelo

 

Video e foto dall’Ufficio Stampa Red & Blue.