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Giuseppe Inella

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TOKYO REVENGERS, UN VIAGGIO NEL GIAPPONE DEI PRIMI ANNI 2000 TRA BABY GANG, VIAGGI NEL TEMPO E LOVE STORY

Tokyo Revengers
Tokyo Revengers, arrivato in Italia grazie a J-POP. Foto di Giuseppe Inella

Spesso e volentieri gli anime tendono a veicolare le vendite dei manga dai quali sono tratti, infatti se la trasposizione animata è ben fatta, la curiosità spinge il lettore a voler andare oltre il ritmo dell’adattamento, cosicché la maggior parte degli spettatori inizia a virare sui tankōbon1, spingendo le vendite anche grazie alla popolarità e alla bellezza della trasposizione.

Ecco, questo è quello che è successo con me circa un mese fa, quando ho iniziato a leggere Tokyo Revengers, e non solo con me: questo manga infatti ha visto realizzarsi un effetto del genere su larga scala. L’azienda Oricon Rankings ha comunicato i dati di vendita stimati dei vari manga e tra i titoli più in voga del momento figura senza dubbio anche Tokyo Revengers, ormai in trend positivo da svariati mesi.

Da fine novembre 2020 Tokyo Revengers ha venduto ben 16,5 milioni di copie nell’anno fiscale 2021, una cifra che però non deve farci sgranare gli occhi. Infatti, il manga di Ken Wakui sin da subito ha visto 7 milioni di copie stampate a breve giro. Richiestissimo anche nel bel paese, fin dal suo debutto, conosciuto ormai da chiunque anche per via dell’anime disponibile su Crunchyroll, è arrivato grazie a J-POP, permettendo al pubblico italiano di apprezzare Ken Wakui, autore che ha debuttato nel 2004 ed esperto nel ritrarre gli aspetti più particolari della società giapponese.

Tokyo Revengers è un manga shonen suggestivo e di grande suspense che tocca diversi generi spaziando dalla tematica “gangster” a quella del manga di fantascienza, passando per temi di natura sentimentale. Una storia di baby gang e di adolescenza, di scazzottate e vendette, ma anche di onore e codici non scritti, di emarginazione sociale e disagio, di viaggi nel tempo e crescita personale.

Il giovane Takemichi Hanagaki è un ragazzo di 26 anni senza scopi nella vita che ha da poco scoperto dal notiziario in TV della morte della sua ex fidanzata dei tempi delle medie, Hinata Tachibana, l’unica ragazza che lo abbia realmente amato per come fosse realmente. Hinata, trovatasi nel posto sbagliato al momento sbagliato, è infatti rimasta coinvolta in uno scontro tra bande, in particolare la responsabile è la Tokyo Manji Gang, che Takemichi conosce molto bene avendola vista nascere anni prima.

Proprio mentre rimugina sul suo disastroso passato e cerca di assimilare la tragica notizia ricevuta, Takemichi viene spinto sulle rotaie della metropolitana e poco prima di essere travolto da un treno si ritrova catapultato indietro nel tempo di 12 anni. Cercando di comprendere cosa realmente sia accaduto trova un amico leale in Naoto Tachibana, fratello di Hinata, l’unico a conoscere il suo segreto. Takemichi, quindi, tra mille peripezie e difficoltà, dovrà fare di tutto per cercare di fermare l’avanzare della Tokyo Manji Gang per poter salvare la ragazza da lui amata, Hinata.

Tokyo Revengers
Tokyo Revengers, arrivato in Italia grazie a J-POP. Foto di Giuseppe Inella

Un’opera sorprendente sin dal primo impatto visivo, dove ad attirare l’attenzione sono le gang giovanili che parrebbero ricondurre ad un manga condito esclusivamente di scazzottate, violenza e molta azione.
Tokyo Revengers
però è molto di più di questo, bastano poche pagine per innamorarsene, così come ne bastano altrettante per comprenderne il potenziale illimitato. Ken Wakui costruisce una storia dalla grande longevità con un insieme di personaggi che conosceremo sin dal primo volume, molto carismatici, magnetici e importanti al fine dello sviluppo dell’opera stessa.

Parlando di Tokyo Revengers, però non ho potuto fare a meno di riflettere sul significato del termine giapponese ijime, che viene tradotto in italiano con, “bullismo”. La cosa che sconvolge maggiormente è come spesso, nelle scuole, gli atti di ijime vengano purtroppo tollerati. Questo tipo di discriminazioni, spesso e volentieri, avvengono alla luce del sole, sotto gli occhi degli insegnanti, che si limitano ad ignorarli, talvolta giustificandoli. La diversità, infatti, nella società giapponese, e non solo nell’ambiente scolastico, sembra non essere in alcun modo ammessa, sia a livello comportamentale che a livello estetico.

È significativo, in questo senso, che sin dalla più tenera età fino all’ingresso nel mondo del lavoro, ai giapponesi sia sempre imposto un rigoroso codice per il vestiario; che sia vietato l’ingresso nelle scuole a tutte quelle persone che mostrino tatuaggi o anche, più banalmente, che si tingano i capelli di un colore diverso da quello naturale.
Queste imposizioni non sfociano sempre in fenomeni di isolamento o autolesionismo da parte degli adolescenti ma spesso istigano i ragazzi a ribellarsi, come vediamo infatti in Tokyo Revengers. Takemichi ha la classica acconciatura regent da teppista biondo ossigenato; Mikey ha i capelli lunghi e biondi; Draken ha una sorta di taglio alla mohicana, accompagnato da una lunga treccia bionda con un tatuaggio sulla tempia; Mitsuya porta i capelli viola. Insomma i membri di spessore della Tokyo Manji Gang non hanno voluto uniformarsi alle  imposizioni del sistema scolastico giapponese e così facendo sono diventati dei reietti, dei teppisti. Sicuramente non ha aiutato che questi ragazzi abbiano in comune situazioni familiari particolarmente difficili, con la scuola che ancor di più se ne lava le mani, perché in una società in cui l’identità comunitaria è preziosissima, la conformità a determinati canoni è un valore imprescindibile.
Per questo, l’allontanamento di chiunque non corrisponda alla “norma” viene talvolta considerato fisiologico alle dinamiche di gruppo e quasi “educativo”. Secondo la concezione locale, questa “terapia d’urto” dovrebbe portare a una crescita psicologica dell’individuo, che imparerà a riconoscersi nella società che lo circonda, senza manifestare atteggiamenti che possano in alcun modo deviare da quello che si percepisce come normale e giusto. Un famoso proverbio giapponese dice infatti che “il chiodo che sporge deve essere martellato”.

Ed è proprio la scuola la grande assente di questo manga: quando l’istituzione scolastica viene meno, non ci sono quei fenomeni di ascesa e di rivalsa sociale come nell’opera del maestro Inoue, Slam Dunk, dove un gruppo di ragazzi destinati per lo più ad intraprendere un destino oscuro vengono letteralmente salvati dallo sport promosso dalla propria istituzione scolastica oppure come in GTO di Tōru Fujisawa, in cui il protagonista con un trascorso adolescenziale particolarmente difficile – facente parte di una gang di teppisti in moto, assai radicati in Giappone negli anni 70/80 – decide alla fine del suo percorso di studi di diventare un insegnante e si troverà ad avere a che fare con figli di genitori assenti, più impegnati a compiere il proprio mestiere che a crescere i propri figli, servi di una morale lavorativa opprimente e nichilista. In GTO l’esperienza di Onizuka, teppista forte ma dal cuore tenero, servirà a far superare ai suoi alunni molti problemi tipici dei giovani giapponesi. L’abbandono, il suicidio, il bullismo, sono solo alcuni dei problemi quotidiani contro cui deve combattere il professore per salvare una classe (che rappresenta l’intera gioventù giapponese) dal declino.

Come ho detto più volte nei precedenti articoli circa la definizione di shōnen e dei target narrativi dei manga, gli shōnen sono pensati per un pubblico decisamente giovane, ma questo manga tocca corde atipiche per il target; Ken Wakui ha estrema cura dei dettagli e i dialoghi, resi magistralmente in italiano da Loris Usai, non possono che attrarre il lettore, il quale si ritrova coinvolto da atmosfere ricche di adrenalina, pathos e voglia di risposte agli innumerevoli punti interrogativi.
Tutto questo viene poi mescolato a elementi drammatici ma anche di natura sentimentale, per cui Takemichi sarà costretto a divincolarsi, maturando in fretta, cercando di sconvolgere la sua stessa vita, trasformandosi.

Le tavole di Ken Wakui fanno da cornice a questa elaborata opera, grazie a uno stile che riesce a trasmettere tutte le emozioni dei protagonisti, con un buon uso delle linee cinetiche e una buona rappresentazione dei paesaggi urbani e periferici dove la storia prende vita.

È normale per noi lettori sentirci rapiti da una storia che apprezziamo, immedesimarci nei protagonisti, specialmente se come me si è amanti delle moto, tuffarci nella storia e chiedersi cosa avremmo fatto noi. Chi non vorrebbe tornare indietro nel tempo per cambiare un qualche avvenimento della propria vita? E se nel farlo potete salvare anche il grande amore della vostra vita da morte certa, magari i dubbi diventano certezze ed è presto compreso il motivo di questo incredibile successo. Takemichi non è l’invincibile Mikey, non ha la straripante forza bruta di Draken; non è un vero eroe, ha troppi difetti per esserlo. Ha subito fin troppe sconfitte per rientrare in quella definizione così avvolta di luce, ma in un qualche modo riesce a farsi amare proprio per questa sua mancanza, quella consapevolezza di non essere un eroe ma voler riuscire tutti i costi ad esserlo.

Scheda tecnica

Autore: Ken Wakui
Pagine: 192
Dimensioni: 12.5x18cm – copertina flessibile con sovracoperta
Codice ISBN: 9788834915431

1 Tankōbon è un termine giapponese che indica un particolare formato di pubblicazione cartacea, di solito di circa duecento pagine. Utilizzato soprattutto nell’industria dei manga, in questo ambito indica semplicemente un volume di una serie

 

Kuroko's Basket
Kuroko’s Basket Replace Plus n. 10, art di Ichiro Takahashi, storia di Tadatoshi Fujimaki e Sawako Hirabayashi, pubblicato in Italia da Star Comics (2021). Foto di Giuseppe Inella

La casa editrice Edizioni Star Comics il 6 febbraio 2019 ha annunciato l’uscita del prequel di Kuroko’s Basket (manga di Tadatoshi Fujimaki), dal titolo Kuroko’s Basket Replace Plus firmato da Sawako Hirabayashi e Ichiro Takahashi. Il manga sarà possibile trovarlo in fumetteria, libreria e su Amazon al prezzo di €4,50.

Le vicende narrano gli accadimenti precedenti alla serie principale Kuroko’s Basket. In un certo periodo nella fortissima squadra di basket della scuola media Teiko furono presenti contemporaneamente cinque fenomeni, noti come “la generazione dei miracoli”, e un misterioso sesto uomo. Una squadra di ragazzini fuori dal comune, dotati di un talento sconfinato da risultare praticamente inarrestabili per i coetanei; le loro gesta sono diventate leggenda, rendendoli famosi in tutto il suolo giapponese.

I loro nomi sono conosciuti esattamente come le loro abilità: Daiki Aomine, asso e realizzatore della squadra, Kise Ryota, bel ragazzo capace di apprendere le tecniche altrui rapidamente, Atsushi Murasakibara, centro dalla stazza fisica mastodontica, Shintaro Midorima, tiratore da 3 infallibile e Seijuro Akashi, leader e playmaker capace di tener testa ad ognuno degli altri membri grazie alla sua percezione spaziale. Ma oltre a questi, girava voce di un misterioso sesto uomo chiamato Testuya Kuroko: protagonista anche di questo spin off non è il classico protagonista di un anime sportivo, è invece un protagonista atipico e assolutamente originale, che lo rende interessantissimo rispetto al resto dei personaggi.

Kuroko è basso, e non ha la capacità fisica o la tecnica per essere un fuoriclasse, è in apparenza anonimo e destinato a non brillare come giocatore, tuttavia grazie ad Akashi, trova un modo solo suo di eccellere, portando la squadra alla vittoria tramite la sua naturale tendenza a essere invisibile, la sua bravura nell’osservare e la sua precisione e velocità nei passaggi. Kuroko è un ragazzo a cui piace dal profondo del cuore il basket, e che crede nel valore del gioco di squadra, piuttosto che alla bravura del singolo giocatore. Nel manga si parlerà dei loro movimentati pomeriggi, prima che le loro strade si dividessero; vedremo Satsuki Momoi, manager del club di basket della scuola media Teiko, alle prese con i sentimenti che prova Kuroko; i nostri protagonisti prender parte al principale festival della scuola media Teiko, la Stamp Race, competizione organizzata tradizionalmente ogni anno, legata a una bizzarra leggenda in cui si dice che, se un ragazzo e una ragazza vi prendono parte insieme, vincendo la gara, diventeranno una coppia di innamorati felici.

Dopo aver sentito queste voci, Momoi ovviamente deciderà di gareggiare in coppia proprio con Kuroko. Vedremo le avventure di Shintaro Midorima, membro della Generazione dei Miracoli molto superstizioso, che un giorno, però, si perde l’oroscopo del mattino e ciò innesca una giornata piena zeppa di imprevisti alla disperata ricerca del portafortuna del giorno. Unico indizio… il colore rosso! Assisteremo alle bizzare fughee di Aomine, l’asso della Teiko, che rischia di non poter partecipare al campionato a causa dei suoi pessimi voti. Gli viene offerta la possibilità di rimediare svolgendo dei compiti a casa, ma la sera prima della consegna si dà alla macchia. Insomma una lettura particolarmente leggera, ma che fornisce uno spunto di riflessione particolarmente interessante, ovvero, quanto lo sport sia importante anche come fenomeno di integrazione sociale tra ragazzi appartenenti alle realtà più disparate.

Kuroko's Basket
Kuroko’s Basket Replace Plus n. 10, art di Ichiro Takahashi, storia di Tadatoshi Fujimaki e Sawako Hirabayashi, pubblicato in Italia da Star Comics (2021). Foto di Giuseppe Inella

In una fase di trasformazione come l’adolescenza, infatti, lo sport è importantissimo. Come accennavo, oltre a essere importante per lo sviluppo sano e armonioso del corpo, è fondamentale perché favorisce una crescita cognitiva, emotiva e sociale. In questo periodo della vita, così ricco di cambiamenti fisici e non, imparare l’importanza dell’impegno, del rispetto delle regole e della tolleranza, fa sì che i giovani si misurino con le proprie capacità e con gli altri, perché l’attività sportiva aiuta gli adolescenti a incanalare gli istinti aggressivi in maniera socialmente accettabile, a essere responsabili, a prendere iniziative, a socializzare e a cooperare.

Sono davvero grandi le grande potenzialità educative dello sport che, come la famiglia e la scuola, trasmette valori, principi ed esperienze di vita. Dietro la scelta di un determinato sport, come la lettura di questo manga ci insegna c’è sempre una motivazione ben precisa. Uno dei motivi principali è il desiderio che i ragazzi hanno di farsi notare dagli altri, infatti la pratica di uno sport, potrebbe renderli popolari e importanti. A questo si aggiunge il desiderio di trarre piacere dalle sfide e sperimentare qualcosa in cui ci sente o si è bravi. Inoltre, dai 13/14 anni, i ragazzi cominciano a essere consapevoli che forma fisica e abilità che sono fattori fondamentali per farli divertire nel fare allenamenti e gare agonistiche.

Il maggiore punto di forza di questo manga, oltre a una caratterizzazione dei personaggi mirata e approfondita, in cui scopriremo le forze e le debolezze di ognuno, e i momenti in cui si sono conosciuti, è una grafica curata nei dettagli seppur il nuovo stile grafico è più classico e i tratti più morbidi in linea con l’età dei protagonisti, più giovani rispetto alla serie principale nella quale i disegni man mano che la storia proseguiva si facevano molto dettagliati e adatti alle azioni frenetiche delle partite.

Kuroko no Basket Replace PLUS si presenta come un volumetto snello e flessibile senza sovraccoperta, le pagine realizzate in carta usomano bianca permettono una buona leggibilità delle tavole. L’opera completa prevede un totale di 10 volumetti al prezzo di 4,50 € cad, un rapporto qualità prezzo assolutamente onesto.

Kuroko's Basket
La copertina di Kuroko’s Basket Replace Plus n. 10, art di Ichiro Takahashi, storia di Tadatoshi Fujimaki e Sawako Hirabayashi, pubblicato in Italia da Star Comics (2021)

KUROKO’S BASKET REPLACE PLUS n.10 FAN n. 260
Ichiro Takahashi , Sawako Hirabayashi , Tadatoshi Fujimakio
11.5×17.5 , Brossurato, b/n, pp. 176, €4,50
Data di uscita: 12/05/2021 in fumetteria, libreria e store online

 

L’albo recensito è stato cortesemente fornito dalla Casa editrice.

One Piece Stampede, dal film alla novel

Anime, manga, film, videogiochi e romanzi, il mondo di One Piece comprende un numero illimitato di produzioni che coinvolgono tutti i più importanti medium della cultura pop.
Ultima ad aggiungersi a questa lista è la trasposizione in prosa del famoso film One Piece Stampede.
In Italia, questa nuova novel arriva grazie ad Edizioni Star Comics e racconta le avventure di Monkey D. Rufy e della sua ciurma, questa volta intenti a fronteggiare il pirata organizzatore di feste Buena Festa, che dopo vent’anni di silenzio fa ripartire sull’Isola di Delta il più grande Festival Mondiale dei Pirati: tutte le flotte si radunano per partecipare alla grande caccia al tesoro che vede in palio un premio legato al Re dei Pirati Gol D. Roger e al mitico tesoro One Piece.

Mentre le varie ciurme si affrontano per raggiungere l’obiettivo, una minaccia venuta dal passato si palesa: il terribile Erede dei Demoni, Douglas Bullet: ex-membro della ciurma di Gol D. Roger, e intenzionato a prendersi il titolo di Re dei Pirati che fu del suo vecchio capitano eliminando tutti gli avversari, grazie alla sua enorme forza e alla sua nave, la Stampede.
Riuscirà la ciurma di Monkey D. Rufy – detto Cappello di paglia – a contrastare una minaccia così grande? Quali sono i veri piani del losco Buena Festa? E la Marina rimarrà all’oscuro di questo enorme raduno di pirati?

Se dovessi essere oggettivo, la novel così come la sua trasposizione cinematografica, è un contenuto a mio avviso mediocre, ma poiché si ama One Piece, personalmente sia la novel sia la sua trasposizione cinematografica mi sono piaciute e non poco!

Innanzitutto perché per l’appunto è contenutisticamente parlando un prodotto senza nulla a pretendere che mira al puro fan service (ed è per questo che solletica e sollazza i nostri cuori), poi perché ho letto questa novel senza particolari aspettative e infine, forse il motivo più importante, è che avendo subodorato che fosse ricco di fan service (quindi pieno zeppo di personaggi catapultati randomicamente nell’opera solo per fare caciara e riempirsi di botte), beh, il mio spirito da battle shōnen si è elevato verso vette paradisiache che hanno appagato il mio animo, ormai stanco e logorato dai commenti dei puristi: “È canonico? Se non è canonico fa schifo, non lo leggo o guardo”!

Come vi dicevo, non aspettatevi una trama avvincente, quest’ultima non c’è, non esiste; malgrado questo il villain di turno, il suddetto Douglas Bullet, è un personaggio interessante, ma che per sua fortuna/sfortuna deve sottostare in quest’opera ai dettami del puro battle shōnen, nudo e crudo, tanto da diventare a un certo punto una sorta di “Transformers”. Capace di fronteggiare anche Gol D. Roger con la sua forza, Douglas decise di abbandonare la ciurma del re dei pirati nell’unica occasione in cui uscì perdente dallo scontro con Roger; catturato dalla Marina a 22 anni durante una Buster Call, ha raggiunto il massimo grado di potenza intorno ai 40 anni, al momento dello scontro con i pirati di Cappello di paglia ne ha circa 45.

Secondo quanto visto e letto, scopriamo che il nostro villain dovrebbe possedere l’haki dell’armatura, l’haki dell’osservazione e addirittura il raro haki del re conquistatore; una sorta di divinità scesa in terra! Così come la trama, anche i livelli di forza sono del tutto senza senso, motivo per il quale consiglio ulteriormente la lettura, se vi piacciono le botte e avete qualche ora da dedicare a una lettura leggera!

One Piece Novel Stampede
La copertina del romanzo One Piece Stampede. Il Film – Romanzo, pubblicato da Edizioni Star Comics (2021)

In conclusione, mi sento di dire che One Piece Novel Stampede è un’opera che non funzionando, funziona; dove anche i neofiti, tramite brevi ma importanti digressioni, possono imparare a conoscere il mondo in cui si sviluppano le vicende dei protagonisti, senza essere dei massimi esperti del settore.
All’interno del romanzo vengono introdotti quasi tutti i personaggi presenti nel manga, tra cui i principali antagonisti (circa l’80% dei personaggi già visti in manga e anime). La lettura non è certamente obbligatoria (essendo questo uno spin-off non essenziale ai fini della trama), ma a dispetto di una prima parte più lenta, la seconda parte regala delle ore di intrattenimento e divertimento non indifferenti.

Categorie: Novel
Serie: ONE PIECE STAMPEDE: IL FILM – ROMANZO
Data di pubblicazione: 03/03/2021
Formato: 14.5×21 , b/n
Pagine: 216
Brossurato con copertina con alette
Puoi trovarlo in: Fumetteria, Online store, Libreria

La novel recensita è stata cortesemente fornita dalla casa editrice.

Olympia Kyklos di Mari Yamazaki: dalla Grecia al Giappone

Numerose volte, da quando ho intrapreso gli studi classici e mi sono approcciato al mondo dell’insegnamento, ho cercato un modo per poter far capire l’importanza del connubio tra sport e “studio”: sarebbe banale ripetere l’esasperata cantilena mens sana in corpore sano; serve qualcosa di più contemporaneo, qualcosa di pratico di tangibile per poter far breccia nei cuori degli studiosi e degli alunni più pigri.

Inizialmente ho pensato che gli spokon manga potessero farmi da compagno in questa mia “crociata”. Da quando ho iniziato a leggere manga ho da subito amato la categoria spokon[1]; mi fanno tornare alla mente quelli che sono stati forse gli anni più belli della mia vita, quando ero un ragazzino di 17 anni che giocava in serie A e ogni estate partecipava alle finali nazionali dove si riunivano le squadre e i giocatori più forti di tutto il paese. Per anni mi sono sentito come Hanamichi Sakuragi, protagonista del manga Slam Dunk, del maestro Takeiko Inoue, che affrontava il Sannoh High in una sfida da togliere il fiato, o come Hinata Shoyo di Haikyuu, che dopo le delusioni iniziali riesce ad approdare ai tanto agognati campionati nazionali in cui potrà mostrare a tutti che l’altezza non è un limite ma un punto di forza. Spesso però mi è capitato anche di sentirmi come Sora Kurumatani di Ahiru no Sora, che malgrado gli sforzi, malgrado una squadra sulla carta molto competitiva, non riusciva a vincere nemmeno una partita; purtroppo lo sport non regala solo fantastiche emozioni ma sa essere anche veramente crudele.

 

Olympia Kyklos
Olympia Kyklos. Foto di Camilla Rossini

Crescendo con l’età però ho iniziato a trovare negli spokon manga dei limiti per la mia “crociata”, perché purtroppo la vita vera non sempre va come nei manga dove, malgrado tutto, alla fine si riesce sempre a sfondare nel mondo dello sport; io almeno non ci sono riuscito: a maggior ragione se lo sport in questione è uno minore come quello che pratico, la pallamano. Malgrado ciò, per passione pratico ancora il suddetto sport e leggo ancora gli spokon manga e a volte non nego che mi commuovo guardando le gesta di questi giovani atleti, immaginando di essere io al loro posto. Ed è proprio a questo punto della storia che entra in gioco Olympia Kyklos. Dopo aver scritto una recensione su un battle shōnen come Record of Ragnarok, ho voluto leggere di questo manga, un prodotto da poco arrivato sul nostro mercato.

Olympia Kyklos
Olympia Kyklos I, p. 5

Olympia Kyklos parte dall’antica Grecia (basterebbe questo per farmelo amare) per arrivare ai giorni “nostri”, si fa per dire; l’autrice Mari Yamazaki infatti, ha scelto di ambientare le vicende tra la Grecia del 400 a.C. e la Tokyo del 64, anno delle Olimpiadi. L’autrice nasce a Tokyo nel 1967 in una famiglia di artisti e si trasferisce giovanissima a Firenze per studiare Belle Arti. Durante il suo soggiorno fiorentino nasce il suo amore viscerale per l’Italia. Ultimati i suoi studi in Italia la Yamazaki inizia a disegnare fumetti mentre vive in giro per il mondo, e dopo aver trascorso parte della sua vita a girovagare tra tra Medio Oriente, Portogallo e Stati Uniti sarà nuovamente l’Italia a fare breccia nel suo cuore, infatti deciderà di fermarsi “stabilmente” a Venezia con il marito (di nazionalità italiana ovviamente). Mari Yamazaki è stata una delle poche ad aver ottenuto un grande successo internazionale proprio grazie a un manga italianofilo: Thermae Romae, tradotto in mezzo mondo e adattato poi al cinema in un film campione di incassi (in Giappone).

Olympia Kyklos
La copertina di Olympia Kyklos I, di Mari Yamazaki, pubblicato da Star Comics Editore

Olympia Kyklos inizia con la storia del pittore greco Demetrio. Il nostro protagonista, malgrado abbia delle doti fisiche straripanti, non è particolarmente avvezzo alla pratica sportiva, preferisce quindi dilettarsi nell’arte pittorica ma con scarsi risultati, per di più è molto impacciato con le ragazze; in poche parole, come ci suggerisce l’autrice, il nostro Demetrio è un otaku[2] d’altri tempi. Mari Yamazaki ha dichiarato inoltre, in calce al volume 1 del manga, che Demetrio è in realtà una proiezione di se stessa:

«a essere sincera io, fin da bambina, non sono mai stata molto amante dello sport. Però ero la più alta della classe (per la cronaca, dopo l’ultimo anno delle elementari la mia statura è rimasta praticamente la stessa), e forse perché passavo molto tempo ad arrampicarmi sugli alberi per catturare insetti e a scorrazzare in mezzo alla natura, l’unica cosa in cui ero dotata erano le abilità fisiche. Per questo motivo, ogni volta che c’era una competizione sportiva, mi costringevano a partecipare. Salto in lungo, salto in alto, cento metri, basket.  Poi, visto che vivevo in Hokkaido, che è l’isola più settentrionale del Giappone, mi è capitato anche di venire selezionata per rappresentare la scuola nel pattinaggio di velocità su ghiaccio. Ciononostante, ero molto più felice se ricevevo un complimento per quel che disegnavo o scrivevo piuttosto che per i miei risultati in ambito sportivo. Detestavo quel sistema di valutazione, basato unicamente sulla forza fisica, e, soprattutto, detestavo lo stress da competizione, per cui a partire dalle medie smisi di praticare qualsiasi sport. E infatti ho impostato questo progetto in modo che anche Demetrio, il protagonista della storia, sia una persona a cui non interessa particolarmente lo sport.»

Olympia Kyklos. Foto di Giuseppe Inella

Anche Demetrio, come Mari Yamazaki, ama divertirsi girando tra monti e nuotando nel mare, sviluppando, in modo del tutto naturale e senza nemmeno accorgersene, delle eccezionali abilità fisiche. Malgrado abbia sviluppato delle straordinarie doti atletiche il nostro protagonista non ne vuole proprio sapere nulla di competere in delle gare sportive, perché secondo lui alla base delle competizioni sportive risiede come sottofondo “l’ansia”.

All’ interno del manga infatti questo aspetto negativo dello sport ci viene raccontato attraverso la triste storia di Kōkichi Tsuburaya[3]. Alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 vinse la medaglia di bronzo, e alle successive Olimpiadi, in Messico, tutti speravano che vincesse la medaglia d’oro. La pressione dovuta da quest’ “ansia” da prestazione che il maratoneta giapponese dovette sentire su di sé da chi gli stava attorno e lo esortava a continuare a correre fu tale da spingerlo a togliersi la vita.

Demetrio ci racconta che anche nelle Olimpiadi antiche si verificavano situazioni simili, c’era infatti chi considerava lo sport una filosofia di vita e chi voleva sfruttarlo per raggiungere solo la gloria personale. Questo parallelismo mette in evidenza come il genere umano, alla fine, non sia cambiato poi così tanto in 2420 anni di storia.

Olympia Kyklos. Foto di Giuseppe Inella

È proprio questo che vorrei evidenziare attraverso la lettura del fumetto di Mari Yamazaki, che attua un brillante e certosino studio comparato tra le diverse culture; il valore morale e la capacità dell’arte stessa di suscitare emozioni, la responsabilità nei confronti di un villaggio o di una nazione, la libertà di poter coltivare le proprie passioni e di inseguire i propri sogni, la relazione tra fatica e piacere. Personalmente credo che questo manga lanci uno dei messaggi più genuini che possa insegnare l’attività sportiva, ovvero quello di praticare lo sport senza l’assillo di essere campioni.

Olympia Kyklos I, p. 4

[1] Spokon è un termine giapponese che designa un particolare genere di manga e anime le cui storie sono ambientate nel mondo dello sport e hanno per protagonisti degli atleti.

[2] Una persona che si dedica ossessivamente a un certo interesse, che spesso riguarda fumetti, cartoni animati e videogiochi.

[3] Kōkichi Tsuburaya, nato Kōkichi Tsumuraya, è stato un maratoneta e mezzofondista giapponese, medaglia di bronzo nella maratona ai Giochi olimpici di Tokyo 1964.

 

Si ringrazia Camilla Rossini per aver supervisionato l’articolo.

Si ringrazia Star Comics Edizioni per le immagini dagli albi.

Gli albi recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su Paesaggi Colorati.

Record of Ragnarok: quando il fumetto rimodella il mito

Per “svecchiare” l’insegnamento di questi due generi letterari, mito e epica (non necessariamente classica) mi è sembrato interessante provare a cercare di individuare delle interpretazioni e dei confronti appunto tra il materiale del mito/epica e i fumetti, premettendo che già Umberto Eco sosteneva che proprio i fumetti nel mondo moderno facessero un po’ le veci di quanto facevano mito ed epica nei tempi antichi.

Sono un affamato lettore di fumetti, amo i supereroi, ma per deformazione professionale leggo anche testi antichi come Iliade e Odissea, le Storie, gli Annales e saltuariamente ne studio l’esegesi, consulto antologie e manuali di letteratura greca e latina.

Foto di Giuseppe Inella

Da qualche mese mi sono dato alla lettura di un fumetto che mi ha portato a questa interessante riflessione, l’incriminato si intitola Record of Ragnarok, edito in Italia da Star Comics, conosciuto nel paese del Sol Levante con il nome di Shuumatsu no Valkyrie, nato dalla collaborazione tra tre autori, Ajichika che si occupa dei disegni, Shinya Umemura che si occupa della stesura della storia e Takumi Fukui impegnato nella storyboard. 

Nel nostro bel paese siamo cresciuti con tanti miti, in particolare con quelli antichi basati sui racconti tramandatici dalla cultura greca e romana. Le guerre, la vanagloria degli dei dell’Olimpo, eroi che intraprendono sfide insostenibili per i comuni mortali. Il pantheon greco/romano ci ha fornito una grande moltitudine di leggende che sono giunte fino ai giorni nostri. Allo stesso modo però, anche altre culture hanno stabilito il loro pantheon, con le loro storie e vicissitudini: in Scandinavia i miti di Odino e Thor, in India si è fatto largo l’Induismo con tutte le sue divinità, nella valle del Nilo con la cultura egizia; per non parlare poi del mondo dell’estremo oriente con i suoi miti, che in alcune forme sussistono ancora oggi. Tutto questo è stato unito in Record of Ragnarok.

Record of Ragnarok
Tavola da Record of Ragnarok 1

L’universo è diviso nel regno celeste, abitato dalle divinità, e il mondo umano. Millennio dopo millennio gli uomini non sono riusciti a cambiare le proprie abitudini, trasformandosi in un cancro per il pianeta, tradendo la fiducia degli dei. Per questo gli dei hanno deciso, dopo essersi riuniti in concilio, all’unanimità di annientarli. Mentre le divinità maggiori sono tutte d’accordo, dagli spalti si erge la semidea Brunhilde, una delle 13 valchirie. Pur non potendo né prendere la parola né votare all’interno del concilio, essendo ella solo una semidea, risponde alle divinità che per la legge, da loro stessi emanata, all’umanità va concessa la possibilità di sopravvivere e quindi si appella al Ragnarok; lo scontro definitivo tra umani e dei. 13 uomini e 13 dei si affronteranno nell’arena e se gli umani vinceranno potranno sopravvivere per almeno altri 1000 anni. Le parole di Brunhilde vengono accolte dalle divinità e consci della superiorità della propria forza rispetto agli umani viene preparato tutto per il combattimento.

Ognuno di noi, a seconda del pantheon venerato dai propri antenati, nell’arco della sua carriera scolastica viene cresciuto con storie relative ai miti antichi e non nego che vederli tutti insieme fa un certo effetto. Zeus al fianco di Shiva, Odino al fianco di Anubi, molte sono state le mitologie sviscerate dai tre autori per presentare un parterre di personaggi variegato che potesse concedere interessanti spunti di riflessione. A farla da padroni, si intuisce dall’inizio vedendo Zeus presenziare il consiglio, sono le divinità di matrice occidentale, in particolare le divinità greche. Nell’elenco finale ben 9 su 13 provengono dalle antiche civiltà occidentali, con gli altri 4 suddivisi tra induismo, buddismo e shintoismo.

Un po’ più equilibrata è la suddivisione degli umani che dovranno affrontare le divinità creatrici. Ben quattro giapponesi, due cinesi e poi per il resto personaggi riconducibili alla storia o mitologia europea.

Foto di Giuseppe Inella

In Record of Ragnarok non sembra esserci la presenza di un vero e proprio protagonista. Anche se Brunhilde ha un ruolo di rilievo, nella scelta dei combattenti e nella preparazione della battaglia nell’arena, è ben lontana dall’essere la vera protagonista per il momento.

Il vero protagonista di Record of Ragnarok, come si capisce già dal primo volume, è la battaglia, la contrapposizione tra esseri umani e dei: il primo scontro tra divinità e umani è l’apice degli estremi, degli eccessi, della violenza e brutalità. Abbiamo di fronte dei guerrieri che vogliono solo il sangue e si arrenderanno solo una volta morti, più un nutrito gruppo di spettatori che attende di sapere l’esito dello scontro assistendo a degli incontri senza esclusioni di colpi. Da una parte l’opera procederà spedita su questi binari non trascurando però lo spazio dedicato alle sottotrame, e al background dei personaggi sia tra gli dei che tra gli uomini, non andando a sminuire però la spettacolarità dei combattimenti.

Record of Ragnarok
Tavola da Record of Ragnarok 1

Il fumetto nei primi capitoli può  trarre in inganno, parte come il più classico dei battle shōnen[1], volto principalmente al guilty pleasure, ma l’aspetto meraviglioso che realmente mi ha fatto riflettere e amare questo manga al punto da pensare possa  essere usato a livello didattico è che diventa propriamente un veicolo culturale, perché gli autori mentre i combattenti, letteralmente, si ammazzano di botte, fanno una backstory, e quindi vieni edotto, mentre sfogli il fumetto, sulla storia di Thor, di Lü Bu, di Ercole, di Adamo, di Zeus, di Poseidone, di Sasaki Kojirō, di Jack lo  squartatore, di Shiva, Raiden Tameememon e chi più ne ha più ne metta; e questo poi stuzzica il lettore fino a fargli pensare “ok, ma fammi controllare  se realmente la storia di Zeus è proprio questa” e la stessa cosa può capitare quando gli autori ci mostrano la backstory dei personaggi storici  come Jack lo squartatore.

Gli autori sono stati veramente bravi a fondere quella che è la realtà storica con la mitologia che ruota attorno a quello che si dice sul personaggio storico e a rimodellare questa storia per dare al lettore qualcosa di nuovo, qualcosa che probabilmente non ha mai letto; ad esempio, c’è questo scontro meraviglioso tra Sasaki Kojirō e Poseidone, e gli autori fanno questa backstory su come Sasaki Kojirō è diventato uno dei più grandi maestri della storia della scherma giapponese, rimodellando anche quello che poi è il duello leggendario con Miyamoto Musashi. Un capolavoro!

Foto di Giuseppe Inella

Personalmente non ricordo di aver mai letto un guilty pleasure così colto, perché gli autori giocano anche con le piccolezze, con le minuzie che se non si conoscono ovviamente non ci si fa caso, ma se le si conosce ci si rende conto che gli autori hanno fatto un lavoro certosino di ricerca e documentazione che fa allargare il cuore.

La figura dell’eroe accompagna di pari passo l’uomo durante tutta la sua storia: è lecito considerare eroi i protagonisti delle prime storie di uomini, come Gilgamesh. Ogni epoca, ogni cultura ha avuto i propri eroi come ci insegna Record of Ragnarok. I nostri attuali supereroi non sono nient’altro che una delle sconfinate interpretazioni e manipolazioni di queste figure arcaiche ed è estremamente curioso muoversi attraverso i loro universi potendone fare una comparazione.

C’è poi un’altra prospettiva su questi temi alla quale sono particolarmente affezionato. La lettura parallela fra il mito e l’epica classica e il fumetto offre l’occasione per pensare a un percorso didattico, che consente non solo l’approfondimento delle varie tematiche che ruota intorno alle due facce della stessa medaglia, ma anche di sperimentare un approccio stimolante allo studio: spingere cioè, come ho precedentemente detto, lo studente a interrogare le storie a non accontentarsi di leggerle. Portare il fumetto a scuola è una sfida senza dubbio complessa, poiché lo scenario base è di poca conoscenza e ostilità nei confronti della materia, considerata spesso puerile, sia da parte dei docenti sia da parte degli alunni. Personalmente però, credo offra un’enormità di stimoli, che spero di aver di aver saputo indicare con questo articolo.

Record of Ragnarok
La copertina di Record of Ragnarok 1, Star Comics ACTION n. 319, formato: 13×18 , colori , b/n, pagine: 208, prezzo € 5,90. Per i volumi 2 (ACTION n. 321) e 3 (ACTION n. 323) il numero delle pagine è rispettivamente di 192 e 208

[1] Gli shōnen (lett. “ragazzo”) sono una categoria di manga indirizzati principalmente a un pubblico maschile, che spazia dall’età scolastica fino alla maggiore età. La maggior parte degli shōnen appartiene a un sottogenere specifico, il battle Shōnen che si focalizza generalmente sui combattimenti, e la trama sviluppa in una serie di prove in cui i protagonisti vengono continuamente messi a dura prova. Le serie quindi ruotano intorno a un obiettivo principale che solitamente è un traguardo che il protagonista si è imposto di raggiungere, come ad esempio sconfiggere un nemico ritenuto imbattibile o diventare il più forte di tutti, che viene spesso raggiunto solo alla conclusione della storia. L’ambientazione tipica è un universo dedicato, con elementi magici e/o tecnologie fantascientifiche.

Si ringrazia Star Comics per le immagini delle tavole e della copertina del primo volume di Record of Ragnarok.

I volumi recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su Paesaggi Colorati.