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Maggio 2021

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malifesto: il ritorno di Malika Ayane tra introspezione e raffinatezza

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pochi sono gli artisti italiani che, nell’era dei talent show e dei social network, possono vantare una carriera “tradizionale”, avulsa dalle logiche di mode e trend e capace di evolversi negli anni pur rimanendo fedele e coerente a sé stessa. Malika Ayane rientra di certo tra questi: dal suo esordio, avvenuto nel 2008 con l’album eponimo, la cantante dalla voce paragonata a una “spezia rara” da Paolo Conte si è costruita un percorso di grande spessore artistico, durante il quale non le è mai mancato il coraggio di osare. Com’è avvenuto ad esempio nel 2016 quando, nel pieno del grande successo del suo quarto album Naïf, è stata protagonista dell’allestimento italiano del musical Evita di Andrew Lloyd Webber.

Malifesto Malika Ayane
Registrazioni di Malika Ayane. Foto di Mariano Rizzo

Proprio con Naïf Malika aveva inaugurato una nuova fase del suo percorso, quasi una cesura rispetto ai tre album precedenti: via i barocchismi orchestrali, i testi complessi (anche in lingua inglese) e la molteplicità di tematiche, il suo quarto album era infatti caratterizzato da un songwriting essenziale e da un sound più rispondente all’elettro-pop tedesco, oltre a essere incentrato quasi in toto sul tema del presente, richiamato anche dal singolo sanremese Adesso e qui (nostalgico presente). Il successivo Domino (2018) aveva sostanzialmente ripreso queste caratteristiche, risultando forse il suo album più accattivante e complesso.

 

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Tre anni e una pandemia dopo, Malika è tornata sulle scene con malifesto, anticipato dal brano Ti piaci così, presentato alla discussa edizione 2021 del Festival di Sanremo; un ballabile dalle atmosfere anni ’70 che sembrava riprendere in pieno tematiche e sound dei due precedenti album. E invece, ascoltando malifesto (uscito il 26 marzo per la Sugar Music), si comprende chiaramente quanto Ti piaci così rappresenti l’eccezione in un lavoro che, pur configurandosi come naturale evoluzione artistica della Ayane, segna al tempo stesso una nuova, interessante pietra miliare nella sua carriera.

Questo lo si vede già dal packaging dell’album: laddove le copertine di Naïf e Domino (ma in generale di tutti i suoi lavori) presentavano sontuosi photoshoot, tripudi di colori e perfino illusioni ottiche, malifesto non offre che una fotografia di Malika, sfocata ma evocativa. Null’altro: il resto è testo bianco su sfondo nero. D’altronde il titolo stesso (da intendere come voce di un verbo neologico alla prima persona singolare) mette da subito in chiaro le cose: qui si trova Malika allo stato puro, senza orpelli né abbellimenti.

Non è un caso che il primo brano in tracklist, Peccato originale, si apra direttamente con la sua voce, cosa che peraltro accade diverse volte all’interno dell’album; una ballata intensa ed emotiva, giocata completamente su testo e interpretazione: “Sarebbe bello dire ‘per sempre’ invece che ‘dipende’” canta Malika, “e forse è meglio farsi ingannare che essere indifferente”. Un brano struggente dalla fortissima carica emotiva.

Il successivo trittico composto dai brani Telefonami (secondo singolo estratto dall’album), Come sarà e Per chi ha paura del buio è caratterizzato da una certa asimmetria compositiva, riscontrabile essenzialmente nel secondo dei tre: esso si apre con un geniale riff che cita le colonne sonore dei film francesi anni ’60, per poi articolarsi su strofe dal fraseggio marziale e un sorprendente, esplosivo ritornello.

Spartiacque dell’album è l’intensa Mezzanotte, uno dei brani più interessanti della produzione e forse addirittura dell’intera carriera di Malika, a metà tra power ballad e rock à la Dire Straits: una canzone che suggerisce atmosfere notturne e fumose, nella quale la voce dell’artista si muove con estrema disinvoltura, quasi a danzarvi dentro. Una cosa simile accade nelle successive A mani nude e Brilla, che giocano tuttavia su sensazioni più rarefatte e sussurrate; Formidabile è invece il brano in cui la voce di Malika può osare di più, con fraseggi arditi, rapidi passaggi tra toni bassi e acuti e un ritornello memorabile che a tratti ricorda Senza fare sul serio.

Senza arrossire, in chiusura, è infine un brano di non facile interpretazione, perfino spiazzante nella sua essenzialità: quasi recitando su una base musicale alienata, la voce di Malika si carica fin quasi a deflagrare, salvo poi fermarsi un attimo prima, come sul suono di un gong; del resto, il testo stesso dice “Esplodere e poi tornare indietro/non vuoi vedere l’effetto che fa? (…) nell’amarezza succederà/di perdere il senso della realtà”. Raramente nel panorama della musica attuale italiana si toccano vette di tale poesia.

Se Domino e Naïf erano stati prodotti massimamente all’estero, complice anche la pandemia questo album è invece stato realizzato quasi interamente in Italia, con un cast di tutto rispetto che, accanto agli storici collaboratori di Malika, come l’ormai indispensabile Pacifico, Shridhar Solanki e Alessandra Flora, comprende anche ragguardevoli new entries come Daniel Gabriel Bestonzo, Leo Pari e Colapesce e Dimartino: , che affonda le radici nella scena indie. Il risultato non può che essere davvero interessante: perché se è vero che malifesto riprende la natura concettuale dei suoi due predecessori, è altrettanto vero che da essi si discosta nel riportare al centro dell’attenzione il talento di Malika come interprete e autrice; esso gioca su due ingredienti principali: i testi complessi e asimmetrici e la capacità interpretativa della cantante. Senza rinunciare a quella raffinatezza che è il “marchio di fabbrica” di Malika Ayane: a ciascun ascolto, il disco è infatti in grado di creare una varietà impressionante di sfumature e atmosfere, pur nel contesto di uno studio compatto e accurato. malifesto si presta pertanto a essere ascoltato con disimpegno durante un viaggio in treno o in cuffia, passeggiando in strada; oppure, avendo tempo a disposizione e libretto alla mano, analizzato a livello musicale e testuale per coglierne le mille sfaccettature e i significati nascosti. Cosa più unica che rara, di questi tempi.

Malifesto Malika Ayane
La copertina di malifesto di Malika Ayane, pubblicato da Sugar Music (2021)

Sergio Badino, Professione Sceneggiatore. Strutture e strumenti per scrivere storie – recensione

Professione Sceneggiatore di Sergio Badino sceneggiatura
La copertina della nuova edizione ampliata del manuale di Sergio Badino, Professione Sceneggiatore. Strutture e strumenti per scrivere storie, pubblicato da Tunué (2021) con prefazione di Sandrone Dazieri. Sergio Badino è lo sceneggiatore di Topolino e PK ,tra i protagonisti del fumetto italiano contemporaneo

Faccio una premessa. Non ho scelto questo manuale. Si è fatto scegliere.

Arrivo da un passato come sceneggiatrice cinetelevisiva e ormai una ventina di anni fa sono passati per le mie mani i manuali di sceneggiatura che si cominciavano a usare in Italia da pochi anni.

L’Italia aveva una tradizione di sceneggiatori autodidatti e sedicenti artisti di cui andava piuttosto fiera. La codifica della struttura era invisa (anche se alla fin della fiera quando ti guardavi un film della commedia all’italiana non ci si staccava dalla poetica aristotelica dei tre atti, e da lì non si è mai staccato più nessuno, nemmeno gli americani con Syd Field e Chris Vogler) e l’idea di scrivere per la serialità o peggio la lunga serialità faceva venire le bolle agli sceneggiatori.

Se sceneggiavi dovevi farlo per forza per il cinema.

La mia generazione è arrivata al mestiere in un momento di transizione, non avevamo spazio per il cinema ma avevamo la lunga e lunghissima serialità. Quindi i manuali per me sono stati una tappa obbligata.

Dopo un po’, e rinunciando quasi al lavoro di sceneggiatrice, mi sono fermata.

Quindi ho un po’ perso di vista le novità editoriali.

La nuova edizione ampliata del manuale di Sergio Badino, Professione Sceneggiatore. Strutture e strumenti per scrivere storie, pubblicato da Tunué (2021). Foto di Giuliana Dea

Per esempio non ho intercettato la prima edizione di Professione sceneggiatore di Sergio Badino, nel 2007, ma anche se lo avessi intravisto in libreria non mi sarebbe interessato.

Professione sceneggiatore nasce infatti come manuale per chi aspira a imparare l’arte di sceneggiare il fumetto e solo con la seconda edizione allarga il campo a cinema e televisione e narrativa.

Lo si scopre leggendo l’introduzione.

Siamo ormai alla terza edizione del manuale, edito con prefazione di Sandrone Dazieri, dopo quelle di Sergio Bonelli e Maurizio Nichetti. E se posso permettermi, la prefazione di Dazieri è viziata da un brutto pregiudizio tipico di chiunque sia riuscito a trovarsi un suo spazio nella sceneggiatura italiana: il cinismo verso la possibilità di poter praticare questo mestiere.

Con questa logica molti di noi, io per prima, non avremmo nemmeno provato, ci saremmo rassegnati a non avere mai una possibilità, e forse saremmo stati dei bravi ragionieri, però non avremmo mai osato osare. Per fortuna, caro Sandrone, non abbiamo dato retta a te e a quelli che ti hanno preceduto nel pessimismo provocato dal sistema produttivo italiano. Perché magari non abbiamo fatto lavori grandiosi, ma ci abbiamo provato sbattendoci la testa, diventando bravi, imparando che essere bravi spesso non basta, ma è stata una nostra scelta e non vostra. Bisogna anche imparare a fallire, e non dichiararsi già sconfitti perché non si vuole nemmeno provare a giocare (giocare non è casuale: in inglese e francese l’atto di mettere in scena viene descritto con il verbo che indica giocare). Molti di noi hanno giocato, e si sono ritirati dove volevano loro. Magari non si sono ancora ritirati, perché ci provano ostinatamente anche contro i mulini a vento. Ma è una loro scelta.

Dopo essermi permessa di strigliare Sandrone Dazieri (che stimo comunque come professionista, capiamoci, anzi, andatevi pure a leggere le storie del Gorilla), mi posso dedicare al manuale vero e proprio.

Come in tutti i manuali che si rispettino, non troveremo da nessuna parte la ricetta per avere successo come sceneggiatori.

Il successo in questa professione dipende da una serie di fattori, che si sommano alla capacità di usare gli strumenti della sceneggiatura a nostro piacimento ed eventualmente piegarli all’esigenza della nostra storia.

Però per provare ad affacciarsi in modo serio alla professione di sceneggiatore è indubbio che la tecnica sia fondamentale.

Consiglio a chiunque si approcci a questo e a qualsiasi altro manuale di farlo con un lavoro in cantiere. Io l’ho letto pensando costantemente al romanzo che sto scrivendo.

Foto di Samuel F. Johanns

E cosa c’entra la sceneggiatura con la narrativa, diranno i miei piccoli lettori? C’entra perché una storia ha degli elementi che non cambiano mai, nemmeno se cambia il media con cui viene raccontata.

No, non cambiano nemmeno quando la raccontiamo sotto forma di fumetto.

Idea, soggetto e stesura, pure i dialoghi, ci sono sempre e comunque. Nel fumetto le indicazioni di regia sono più esplicite rispetto alla sceneggiatura cinetelevisiva, dove per non sovrapporsi al lavoro del regista un abile sceneggiatore descrive i movimenti nella scena attraverso l’uso della lingua. Nessun regista accetterebbe di sentirsi dire dallo sceneggiatore dove deve mettere o come deve muovere la macchina da presa. Ma gli si può suggerire l’idea del movimento.

Nel romanzo non abbiamo nessun tipo di movimento da indicare perché il romanzo, diversamente dalle sceneggiature per fumetti e cinema e televisione, è un prodotto finito.

Quindi questa tecnica per il romanzo non vale?

Al contrario. Il romanzo è stato, dopo il teatro, il primo media che ha messo in pratica la teoria aristotelica dei tre atti.

Teoria che poi è confluita nel cinema, e che è stata codificata da Syd Field ne La sceneggiatura.

Dai tre atti non si scappa. E non si scappa nemmeno dagli archetipi, che Chris Vogler ha utilizzato per quello che ormai è un classico tra i manuali di sceneggiatura, Il viaggio dell’Eroe.

Perché nomino tanto Field e Vogler? Perché nessun manuale di sceneggiatura serio può prescindere da loro.

E infatti anche in Professione sceneggiatore li ritroviamo alla base della nostra scrittura.

La grande novità, almeno per me che sono abbastanza datata, è vederli imprescindibili anche per la narrativa, persino in un manuale dedicato a chi sceneggia.

Anche se da anni ormai tutti gli addetti ai lavori dell’editoria consigliano Vogler a chiunque voglia un manuale di scrittura creativa.

Proprio per questa sovrapposizione continua nella scrittura della storia pure tra media diversi.

In conclusione, consiglio questo manuale di sicuro a chi vuole approcciare la sceneggiatura del fumetto, perché spiega molto bene il suo meccanismo.

Se volete scrivere sceneggiature o romanzi, procuratevi anche Syd Field e Chris Vogler.

E ricordatevi comunque di scrivere, riscrivere, leggere, rileggere (soprattutto a voce alta, in particolare i dialoghi).

Fatelo e avrete un buon punto di partenza.

Il resto è fatto di tenacia, cazzimma, capacità di essere nel posto giusto al momento giusto e soprattutto curiosità per tutto ciò che riguarda il media per cui vorreste un giorno lavorare.

(perché dovete leggere fumetti, libri e sceneggiature e guardare film allo sfinimento, per pensare anche vagamente di fare questo lavoro)

Professione Sceneggiatore di Sergio Badino sceneggiatura
La copertina della nuova edizione ampliata del manuale di Sergio Badino, Professione Sceneggiatore. Strutture e strumenti per scrivere storie, pubblicato da Tunué (2021) con prefazione di Sandrone Dazieri

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Mars di Fuyumi Soryo, caposaldo della narrativa shojo degli anni ’90, torna con una nuova veste editoriale curata dalla casa editrice Star Comics con nuovi testi riveduti e corretti.

La copertina di Mars New Edition n°1 di Fuyumi Soryo, pubblicato da Edizioni Star Comics (2021)

La timida Kira Aso, chiusa e per niente interessata a coltivare altri interessi se non il disegno e vittima dell’emarginazione tipica dell’ambiente scolastico giapponese, lega stranamente con l’impulsivo Rei Kashino che mai avrebbe dovuto trovare interesse in “una come lei” (cit.).

L’incontro tra Kira e Rei

L’ambientazione scolastica è il palcoscenico dove germoglia il rapporto tra i protagonisti.
Le ripicche, le invidie ed i giudizi dei compagni, pronti a commentare ogni accadimento attorno ai due giovani, rendono loro la vita difficile, ma allo stesso tempo permettono alla vera natura dei due di emergere con esiti inaspettati.

Riassumere Mars è insidioso, si rischia di banalizzarlo raccontando della tormentata relazione tra due individui, l’uno l’opposto dell’altra; purtroppo la sintesi non permette di cogliere le sfumature di quella che è la natura del rapporto tra i due protagonisti.

Mars New Edition Fuyumi Soryo
Mars New Edition di Fuyumi Soryo

Kira Aso e Rei Kashino possiedono una tendenza drammatica che li rende estremamente affascinanti al di là degli stereotipi narrativi, purtroppo stra-utilizzati, della “ragazza timida” e del “bello e dannato”.
I protagonisti di Mars hanno una straordinaria intensità che l’autrice ci comunica con il suo tratto sottile che ben si nota nei suoi volti e soprattutto quando realizza gli occhi, tratteggiandoli solitari e fluttuanti nella tavola, carichi di tutto il pathos della scena.

Mars New Edition Fuyumi Soryo
Mars New Edition di Fuyumi Soryo

Se è facile sorvolare sugli stereotipi che in Mars sono usati con intelligenza, risulta invece ostica la lettura dell’opera in alcuni passaggi, a causa della scrittura didascalica dell’autrice che può rallentare il piacevole ritmo di lettura.
Le molte vignette presenti nella maggior parte delle tavole, spesso con tagli obliqui e sovrapposte tra loro, potrebbero rendere un po’ confusa la lettura dei baloon, soprattutto se i lettori sono poco abituati – come me – a leggere titoli che sono stati serializzati in Giappone su riviste shojo (mea culpa, rimedierò).

Mars New Edition si presenta come un volumetto spesso e flessibile con sovraccoperta, dalla grafica minimale ed elegante, le pagine realizzate in carta usomano bianca permettono una buona leggibilità delle tavole.
L’opera completa prevede un totale di 8 volumetti al prezzo di 8,00 cad, un rapporto qualità prezzo assolutamente onesto.

Mars New Edition Fuyumi Soryo
Mars New Edition di Fuyumi Soryo

MARS NEW EDITION n.1
Fuyumi Soryo
12,4×18, Brossurato ,b/n, pp. 384, con sovraccoperta, €8,00
Data di uscita: 21/04/2021 in fumetteria, libreria e store online
ISBN 9788822622167

L’albo recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

Un nome che non lascia spazio a fraintendimenti: Holebones è una resa inglese dell’ossobuco, piatto tipico milanese, ma che al contempo sembra riecheggiare l’essenza del blues, un’anima viscerale e per certi versi eterea, a cavallo tra realtà e spirito.

Un nome scelto bene, ma che è davvero solo un attimo, un sorriso prima di restare colpiti dall’impatto sonoro di una band che sulla scena musicale oggi colpisce per l’essenziale. Colpisce per il fatto di aver di fronte musicisti che sanno suonare, e sanno suonare dannatamente bene. E non tanto è un fatto di virtuosismo, quanto di preminenza data alla musica e allo spirito del genere.

Un genere musicale che non è certo nuovo, che nel nostro Paese ha vissuto alterne vicende nel secolo scorso e che è arrivato al grande pubblico soprattutto quando commistionato alla musica leggera.

Loud è il nome del loro album di esordio, ed è un altro nome decisamente scelto bene: nella loudness war del genere blues, gli Holebones si piazzerebbero sicuramente ai piani alti della classifica.

Holebones Loud
La copertina di Loud, album di esordio degli Holebones per Bagana – B District Music (2021)

Ringraziamo gli Holebones per aver risposto alle domande di XtraCult. Il loro sito ufficiale lo trovate qui.

 

Profondamente radicati nella storia di questo genere musicale, il vostro suono è al contempo moderno e tradisce una grande attenzione ai dettagli. Come nasce il suono degli Holebones?

Credo che nasca dalla nostra esperienza lavorativa e artistica.

Ognuno di noi ha una propria indole artistica e attinge a diverse fonti di ispirazione.

Metti tutto in un calderone e quello che esce sono gli Holebones, un insieme di diversità musicali.

Quello che fa da collante appunto è il Blues e la nostra passione per questo genere musicale.

Abbiamo età diverse ed esperienze diverse, credo che il bello di questa Band sia che ognuno di noi mette al servizio degli altri il proprio sapere, oltre allo strumento.

 

I brani che avete presentato finora tradiscono una genesi anche molto differente. Cosa vi ha ispirato nella realizzazione di questo disco?

Siamo stati ispirati dal trovarci bene insieme a suonare.

L’alchimia tra musicisti non è scontata, mettici un lockdown ed un disperato bisogno di suonare et voilà! Registri “Loud”.

Questo primo lavoro è come il primo mattone di una casa, ora vorremmo approcciare allo stesso modo un prossimo disco di brani originali.

Come ogni Band storica siamo partiti da delle cover, come hanno fatto i Beatles, Rolling Stones ed un altro miliardo di band, per poi farci ispirare a scrivere inediti.

Intanto abbiamo il nostro sound, il resto si vedrà.

Loud ripercorre la storia del blues. Quali tappe storiche avete voluto includere in questo primo album, in particolare? 

In realtà non si voleva ripercorrere la storia del Blues, in 8 brani poi è praticamente impossibile. Abbiamo scelto alcuni brani che secondo noi sono delle pietre miliari del genere e gli si è data una veste un po’ più moderna in modo da avvicinare le nuove generazioni a questo genere fondamentale per tutta la musica.

Gli interpreti del Blues erano dei cantastorie, spesso i testi parlano di vita vissuta: ad esempio Mojo Hand parla di un uomo che cerca di stregare la donna che ama con un amuleto. Altri hanno dei contenuti importanti e di spessore come Ain’t gonna let nobody (un vero e proprio inno ai diritti civili) o Black Man di Stevie Wonder che, pur non essendo un blues, abbiamo scelto per il testo antirazzista, un tema ancora purtroppo molto attuale.

Holebones
Gli Holebones

“Portare il Blues alla gente a cui il Blues non è ancora arrivato”. Questo è uno dei vostri obiettivi. Cosa significa concretamente? 

Il tempo passa e ci sono nuove generazioni che non conoscono la storia del Blues e di altri generi.

Chiedere ad un ventenne di ascoltare John Lee Hooker nel pieno della musica trap/pop sembra quasi una missione, come quella dei Blues Brothers nel salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti.

Non siamo in missione per conto di Dio ma forse del Blues.

La nostra speranza è che il nostro suono ed identità possa “stuzzicare” persone che hanno meno dimestichezza con questo genere musicale.

Non siamo i soli e ne siamo consapevoli, ma magari nel nostro piccolo riusciremo a fare una piccola differenza.

Il tempo ci dirà se avremo avuto successo, intanto noi ci proviamo con tutto il cuore.

Il Blues ha un fan club insospettabile, ci sono parecchi artisti che promuovono questo genere e ci sono parecchie persone innamorate di questa musica.

Abbiamo suonato come sideman, spesso in locali imballati di persone.

Ora è il nostro turno… Speriamo, incrociamo le dita.

Gli Holebones sono Heggy Vezzano, Andrea Caggiari, Leif Searcy, Niccolò Polimeno

In un genere così tradizionale come il blues, ci sono degli elementi di originalità che rivendicano gli Holebones?

Il sound.

L’unica cosa che è indiscutibilmente nostra.

Fatto non solo di pentatoniche, anzi, ma di pizza, birra, ossobuco e vino rosso, di chitarre graffianti.

Insomma il nostro retaggio culturale che ispirato dal Delta del Mississippi ci porta al nostro Delta dei Navigli!

 

Tra le primissime cose che avete già fatto, una diretta memorabile dal Nidaba. Cosa avete provato a suonare “dal vivo” in questa situazione che stiamo vivendo?

La nostra prima volta, come tutte le prime volte non la scorderemo mai! [Ridono]

Scherzi a parte, è stato come tornare a respirare.

Vedere Max e Barbara è stato come se ci avessero ridato un pezzo di vita!

Sembravamo un gruppo di ragazzini che non vedono l’ora di suonare davanti agli amici e far vedere cos’hanno preparato.

Siamo sicuri che sia stato l’inizio di qualcosa che dovrà tornare, l’affetto dimostrato da tutti lo abbiamo sentito come se fossero stati nel locale.

Ripeteremo prestissimo!

[La live al Nidaba Theatre è disponibile su Facebook al seguente link: https://fb.watch/5mAhXIOYbj/

 

Holebones
Gli Holebones

 

C’è qualcosa che in particolare tradisce l’origine milanese della band, in questo esordio?

L’Ossobuco?

Holebones vuol dire letteralmente ossobuco.

Stavamo cercando un nome per la Band, cosa difficilissima se non impossibile.

L’abbiamo cambiato tipo 5 volte, poi trovandoci per due chiacchiere in un bar prima dell’ennesimo lockdown è uscito quasi per scherzo questo nome.

Insomma cosa c’è di più caratteristico dell’Ossobuco e del riso giallo a Milano? Solo la Cottoletta, ma non suonava bene! Il nome non è stato scelto tanto per rivendicare le nostre origini (più o meno milanesi), ma più che altro per “dichiarare” che siamo qui e ora, come la nostra musica.

 

Gli Holebones sono Heggy Vezzano (chitarra e voce), Andrea Caggiari (basso e voce), Leif Searcy (batteria e voce), Niccolò Polimeno (chitarra e voce). Su Loud è possibile ascoltare le armoniche di Andy J. Forest, l’album è stato registrato da Niccolò Polimeno e Matteo Gilli presso il Nolo Recording Studio, mixato e masterizzato da Antonio “Cooper” Cupertino.

Dialogo sui massimi fumetti. Conversazione a quattro voci sul fumetto educativo

Il tema del fumetto educativo è da sempre uno di quelli che mi interessano maggiormente, sia per il mio ruolo di docente di italiano e storia nella scuola superiore, sia per la mia nota passione per il medium fumettistico. È stato quindi un piacere parlarne con Cristiano Saccoccia, divulgatore letterario e fumettistico, Elia Munaò, editor di Kleiner Flug, casa editrice toscana specializzata nel settore, e Davide Costa, tra i più importanti autori di fumetto per ragazzi nella fascia dai 6 ai 15 anni (i suoi due volumi dei fumetti di Lyon hanno raggiunto entrambi la vetta della classifica assoluta dei libri più venduti).

Le modalità di utilizzo del fumetto sono sicuramente molteplici e infinite nuove se ne potrebbero trovare. Mi pare però che, dalla chiacchierata, siano emerse alcune linee di tendenza principali.

Fumetti di argomento storico o biografico. Oltre al loro ovvio utilizzo didattico in storia – pensiamo a Maus di Spiegelman, o a Persepolis di Satrapi – è emerso (Costa) come siano ideali per cercare, in libreria di varia, di raggiungere un pubblico diverso dalla classica sfera del fumetto autoriale o di genere, intercettando nuovi lettori con un volume sulla Montalcini o su Ibrahimovic. Kleiner Flug ha, al proposito, molte biografie di toscani illustri, che sono del resto personaggi di caratura nazionale. Anche una casa editrice come BeccoGiallo è un riferimento in quest’ambito, in Italia.

Adattamenti letterari. In questo caso, l’ambito prevalente è letteratura, italiana o straniera a seconda dei casi (in questo caso, interessante sarebbe ragionare sulla proposta di fumetti in lingua originale), con opere come, ad esempio, la biografia di Mary Shelley, realizzata da Di Virgilio e Santoni. Davide Costa sottolinea come gli adattamenti richiedano di essere adeguati periodicamente ai gusti del pubblico, come avvenuto nell’Amleto, di cui esiste una storica parodia disneyana ma vi è stata una recente riedizione di Giorgio Salati, con un nuovo linguaggio fumettistico e comico. Il fumetto Disney, soprattutto per i più piccoli, è in particolare interessante per la proposta graduale di un linguaggio più elevato e raffinato, oggi meno invasivo dei tempi gloriosi della “plutocratica sicumera” ma tuttora presente. Captain Troll, intervenuto nel dibattito, evidenzia come valga anche per i classici filmici come in Metopolis di Artibani, cui viene offerta una prima conoscenza ai giovani lettori. Saccoccia invece propone l’ipotesi interessante di adattamenti “alti” a fumetti, come ad esempio quello dell’Adelchi.

Altra soluzione può essere quella di un fumetto che introduca dei temi vicini ai giovani o importanti dal punto di vista educativo, come Lo spogliatoio di Thimothé Le Boucher, pubblicato da ComicOut, ad esempio, che tratta del tema del bullismo senza retorica: ideale per un dibattito o una riflessione.

Infine, una quarta casistica può essere lo studio della storia del fumetto in sé, per il suo valore autonomo, specialmente in scuole a indirizzo artistico, dove figure come Hugo Pratt – ma anche, oggi, un Gipi – dovrebbero far parte di una irrinunciabile cultura generale. Si discute anche della moda di candidare fumetti a premi letterari, e tutti gli intervenuti concordano nello scetticismo al proposito: meglio favorire la nascita di un più autorevole premio fumettistico specifico italiano.

Fuori dall’ambito umanistico, però, le applicazioni sono numerosissime: fumetti a tema scientifico (ci sono al proposito collane manga e una disneyana, che si inaugura in questi giorni in edicola) ma anche ogni tipo di fumetto “istruttivo”. Nei commenti, Maurizio Toccafondi fa l’esempio di fumetti sulla sicurezza sul lavoro che vengono talvolta commissionati dalle aziende, e Davide Costa concorda, pur aggiungendo della difficoltà che nasce talvolta per la mancata comprensione che il fumetto è un prodotto costoso, nell’errata percezione del suo basso costo di vendita.

La nuova copertina della biografia a fumetti intitolata Dante Alighieri, Amor mi mosse, scritta da Alessio D’Uva e Filippo Rossi e illustrata da Astrid Lucchesi, per Kleiner Flug (2015, 2021)

Si va verso la fine, conversando più liberamente sulle note del settecentenario dantesco: il Sommo Poeta, in fondo, vide presto una versione illustrata d’eccellenza ad opera di Botticelli, che – come ho avuto modo di ricordare – assieme ad altre opere rinascimentali forma un modello per il lavoro di De Luca su Shakespeare. Amor mi mosse di Kleiner Flug, infine, è una interpretazione particolarmente interessante del mito dantesco, perché mira a cogliere il punto di vista femminile di Beatrice. Saccoccia chiude da par suo, celebrando i fumetti tratti da grandi distopie, che stanno avendo un revival in questo periodo. E Munaò conferma: in fondo, stiamo vivendo tutti, purtroppo, in una “distopia a bassa intensità”, l’attualità è inevitabile.

fumetto educativo Kleiner Flug
La locandina dell’evento.

Sabato 10 Aprile ore 16:00, per la rubrica di Cristiano Saccoccia, La Manticora, sono intervenuti Elia Munaò, Davide Costa e Lorenzo Barberis, sulla Pagina Facebook di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale YouTube di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale Twitch della Wunderkammer (https://www.twitch.tv/wunderkammer).

L’evento su Facebook: https://www.facebook.com/events/283939823285030/