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Marzo 2021

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Robert Johnson, fumetto di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Nasce spontaneo, come un’erba selvatica impossibile da sradicare, perché il blues è il canto che lega intere generazioni melanconiche, è la testimonianza canora di un passato schiavista che riverbera ancora oggi. Impossibile non cedere al fascino di questo canto. Melodie tristi, struggenti, cantate quasi trattenendo le lacrime per raccontare le grandi delusioni della vita come la perdita dell’amore, l’impossibilità di ricongiungersi con la propria famiglia o il sogno di riabbracciare la terra d’origine, l’Africa.

Nel Sud degli Stati Uniti d’America iniziò la rivoluzione musicale dei Diavoli Blu

Il blues non raccontò solo le umili origini degli interpreti, ma creò a livello endogeno una mitologia popolare, perché coloro cantavano e suonavano plasmarono le comunità afroamericane in enti che tentarono – riuscendoci – di trasformare il loro mondo emotivo in un fenomeno di successo commerciale. I primi a tramutare il blues in un’ottica di successo musicale ad ampio raggio furono gli interpreti del Delta, quei musicisti di colore che operarono tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Nel decennio appena accennato il blues si popolò di vere leggende della musica, a cui attorno gravitavano dicerie, rumors e vere imprese degne di un’epopea. Un esempio tra tutti è Robert Johnson. La travagliata vicenda biografica di Robert Johnson e il suo successo, costellato da eccessi e amori fiammeggianti, costituiscono il fulcro del recente fumetto sceneggiato da Jacopo Masini e illustrato da Francesco Paciaroni, uscito per Edizioni Inkiostro.

Robert Johnson fumetto
La copertina del fumetto Robert Johnson, di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni, pubblicato da Edizioni Inkiostro

Masini e Paciaroni raccontano la vita di uno dei più grandi musicisti mai esistiti, scomparso a soli 27 anni.

I got a kindhearted woman do anything in this world for me I got a kindhearted woman do anything in this world for me but these evil-hearted women, man they will not let me be I love my baby my baby don’t love me
Partendo dal substrato mitico che aleggia intorno al giovanissimo Robert Johnson, Jacopo Masini racchiude la biografia del musicista in una cornice in bilico tra la narrazione classica delle vicende personali fino a tratteggiare, in maniera fumosa, le misteriose vicende che consacrano Johnson a dio del blues. Usando un narratore vivido e che ha toccato con la proprio mano Robert Johnson, Masini ripercorre i successi e i fallimenti del giovanissimo talento, consapevole della volontà di scarnificare l’idolo della musica per ritrarre il ragazzo che si innamora delle work song e delle melodie struggenti.
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Più che una biografia a fumetti, l’opera di Masini e Paciaroni è un’archeologia del beat e del sound che ha spinto Johnson a consacrarsi alla musica dopo una vita tormentata dal dolore, il disamore e un passato legato allo schiavismo della comunità in cui si riconosce.

 
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Mentre il popolo americano vive il proibizionismo e la crisi del ’29, gli afroamericani ancorano il proprio bagaglio emotivo all’unica forma espressiva ed artistica che possono praticare. Ricordiamo che Ralph Ellison riesce a pubblicare Invisible Man soltanto nel 1953 per codificare una delle prime forme letterarie che rappresentano il nazionalismo nero. Masini riesce quindi non solo a proporre le vicende biografiche con cura ma interviene nel linguaggio, nei dettagli storico-sociali per inquadrare uno degli spaccati storici più interessanti non solo della scena musicale. Non si può svincolare il blues dalla storia, dalla terra e dalle persone. Sofferenza e musica, sono entrambe la stessa cosa.

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Paciaroni ha il merito di scolpire il titanismo sentimentale degli eroi del blues, della loro verve e fantasia; passione e gioia traspaiono con la stessa folle lucidità degli incubi interiori e delle grandi sofferenze. Un tratto deciso, capace di far trasparire gli ossimori e le contraddizioni che animavano Johnson, i suoi amori, le sue idee fuori di testa, l’incapacità di contenere la propria rabbia o passione. Masini e Paciaroni formano un cocktail perfetto, a cui è impossibile resistere anche per coloro che non amano il blues o che non lo conoscono. Bellissime le sequenze di alcune tavole tripartite, che vivisezionano i volti, come per sottolineare lo smembramento dell’interiorità. La psicologia per la caratterizzazione dell’intero coro di comparse e personaggi è di grande cura, ciò non si limita a una ricostruzione biografica, ma a una vera dichiarazione d’amore al blues, a quel mondo perduto e a Robert Johnson.

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Biografia romanzata o leggenda? Forse agiografia di un diavolo poeta.

Si ringrazia Edizioni Inkiostro per le immagini.

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su ClassiCult.

Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans di Laurie Verchomin – recensione

“Stasera faccio la volontaria per la Railtown Jazz Society, che ha ingaggiato il Bill Evans Trio per suonare in questa chiesa/discoteca/ristorante cinese. È la prima volta che vengo qui e rimango colpita dalla stravaganza dell’arredo”.

È il 1979 Laurie Verchomin ha ventidue anni, Bill Evans cinquanta. Laurie è una ragazza che, durante la rivoluzione sessuale degli anni Settanta, cerca disperatamente una via di fuga da una famiglia ancorata al passato, da un padre musicista che non ha mai sentito suonare, che la chiama puttana e la strattona quando rincasa tardi la sera e da una madre che lei crede non averla mai approvata. Nel fuggire dalla loro “borghesia di prateria” sembra invece voler solo tornare, nonostante le gravidanze, gli aborti e la cocaina non avessero dato altro che l’effetto contrario.

Quando cominciano a frequentarsi con Evans, lei è già stata capace di distinguere tra il musicista che tutti i critici non faticavano a definire per le sue composizioni di rara bellezza espressiva e l’uomo di cui si era innamorata. “Eravamo una coppia così strana, transgenerazionale” riconosce, “Bill è entusiasta della mia giovinezza. Io sono presa dalla sua profondità (…) Sto vivendo per la prima volta un uomo che si prende cura di me”. L’affetto che Evans prova per Laurie appare così sincero da trascendere persino le sue due ex compagne di vita, di cui una suicida, e i suoi figli, che le farà conoscere per rendere la loro relazione ancor più unita.

Trascorreranno insieme quell’anno prima della prematura dipartita di Evans sconfitto dall’epatite. Quando Laurie entra nella sua vita sforzandosi di diventare leale e coraggiosa, il pianista ha già impresso nella musica la sua personale visione della tragedia, ha già collaborato con Miles Davis in Kind of Blue, poi con Paul Motian e George Russell, ha già cambiato il modo di intendere il jazz per quelli che sarebbero venuti dopo.

Con intermezzi di poesie e passi di un diario scritto in quel periodo, Laurie Verchomin ne Il grande amore con una scrittura asciutta e minimale racconta la vita e la morte avuta con Bill Evans, in un libro autopubblicato nel 2010 e che Minimum Fax ha riproposto quest’anno nella sua collana musicale.

Verchomin Bill Evans
La copertina del libro di Laurie Verchomin, Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans, tradotto da Flavio Erra e pubblicato da Minimum Fax (2021)

Tutto tra loro è iniziato per caso in quella chiesa sconsacrata cinese di Edmonton in Canada. È il 1979 e Bill Evans è già molto malato ma questo non gli impedirà di ritagliarsi ancora un pezzo di vita intensa, tra una tournée e l’altra, insieme a lei che sarà ispirazione d’amore e di musica.

 

Laurie Verchomin, Il grande amore. Vita e morte con Bill Evans, Ed. Minimum Fax 2021, pagg. 176, Euro 16.

Foto di decrand

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su Paesaggi Colorati.

Olympia Kyklos di Mari Yamazaki: dalla Grecia al Giappone

Numerose volte, da quando ho intrapreso gli studi classici e mi sono approcciato al mondo dell’insegnamento, ho cercato un modo per poter far capire l’importanza del connubio tra sport e “studio”: sarebbe banale ripetere l’esasperata cantilena mens sana in corpore sano; serve qualcosa di più contemporaneo, qualcosa di pratico di tangibile per poter far breccia nei cuori degli studiosi e degli alunni più pigri.

Inizialmente ho pensato che gli spokon manga potessero farmi da compagno in questa mia “crociata”. Da quando ho iniziato a leggere manga ho da subito amato la categoria spokon[1]; mi fanno tornare alla mente quelli che sono stati forse gli anni più belli della mia vita, quando ero un ragazzino di 17 anni che giocava in serie A e ogni estate partecipava alle finali nazionali dove si riunivano le squadre e i giocatori più forti di tutto il paese. Per anni mi sono sentito come Hanamichi Sakuragi, protagonista del manga Slam Dunk, del maestro Takeiko Inoue, che affrontava il Sannoh High in una sfida da togliere il fiato, o come Hinata Shoyo di Haikyuu, che dopo le delusioni iniziali riesce ad approdare ai tanto agognati campionati nazionali in cui potrà mostrare a tutti che l’altezza non è un limite ma un punto di forza. Spesso però mi è capitato anche di sentirmi come Sora Kurumatani di Ahiru no Sora, che malgrado gli sforzi, malgrado una squadra sulla carta molto competitiva, non riusciva a vincere nemmeno una partita; purtroppo lo sport non regala solo fantastiche emozioni ma sa essere anche veramente crudele.

 

Olympia Kyklos
Olympia Kyklos. Foto di Camilla Rossini

Crescendo con l’età però ho iniziato a trovare negli spokon manga dei limiti per la mia “crociata”, perché purtroppo la vita vera non sempre va come nei manga dove, malgrado tutto, alla fine si riesce sempre a sfondare nel mondo dello sport; io almeno non ci sono riuscito: a maggior ragione se lo sport in questione è uno minore come quello che pratico, la pallamano. Malgrado ciò, per passione pratico ancora il suddetto sport e leggo ancora gli spokon manga e a volte non nego che mi commuovo guardando le gesta di questi giovani atleti, immaginando di essere io al loro posto. Ed è proprio a questo punto della storia che entra in gioco Olympia Kyklos. Dopo aver scritto una recensione su un battle shōnen come Record of Ragnarok, ho voluto leggere di questo manga, un prodotto da poco arrivato sul nostro mercato.

Olympia Kyklos
Olympia Kyklos I, p. 5

Olympia Kyklos parte dall’antica Grecia (basterebbe questo per farmelo amare) per arrivare ai giorni “nostri”, si fa per dire; l’autrice Mari Yamazaki infatti, ha scelto di ambientare le vicende tra la Grecia del 400 a.C. e la Tokyo del 64, anno delle Olimpiadi. L’autrice nasce a Tokyo nel 1967 in una famiglia di artisti e si trasferisce giovanissima a Firenze per studiare Belle Arti. Durante il suo soggiorno fiorentino nasce il suo amore viscerale per l’Italia. Ultimati i suoi studi in Italia la Yamazaki inizia a disegnare fumetti mentre vive in giro per il mondo, e dopo aver trascorso parte della sua vita a girovagare tra tra Medio Oriente, Portogallo e Stati Uniti sarà nuovamente l’Italia a fare breccia nel suo cuore, infatti deciderà di fermarsi “stabilmente” a Venezia con il marito (di nazionalità italiana ovviamente). Mari Yamazaki è stata una delle poche ad aver ottenuto un grande successo internazionale proprio grazie a un manga italianofilo: Thermae Romae, tradotto in mezzo mondo e adattato poi al cinema in un film campione di incassi (in Giappone).

Olympia Kyklos
La copertina di Olympia Kyklos I, di Mari Yamazaki, pubblicato da Star Comics Editore

Olympia Kyklos inizia con la storia del pittore greco Demetrio. Il nostro protagonista, malgrado abbia delle doti fisiche straripanti, non è particolarmente avvezzo alla pratica sportiva, preferisce quindi dilettarsi nell’arte pittorica ma con scarsi risultati, per di più è molto impacciato con le ragazze; in poche parole, come ci suggerisce l’autrice, il nostro Demetrio è un otaku[2] d’altri tempi. Mari Yamazaki ha dichiarato inoltre, in calce al volume 1 del manga, che Demetrio è in realtà una proiezione di se stessa:

«a essere sincera io, fin da bambina, non sono mai stata molto amante dello sport. Però ero la più alta della classe (per la cronaca, dopo l’ultimo anno delle elementari la mia statura è rimasta praticamente la stessa), e forse perché passavo molto tempo ad arrampicarmi sugli alberi per catturare insetti e a scorrazzare in mezzo alla natura, l’unica cosa in cui ero dotata erano le abilità fisiche. Per questo motivo, ogni volta che c’era una competizione sportiva, mi costringevano a partecipare. Salto in lungo, salto in alto, cento metri, basket.  Poi, visto che vivevo in Hokkaido, che è l’isola più settentrionale del Giappone, mi è capitato anche di venire selezionata per rappresentare la scuola nel pattinaggio di velocità su ghiaccio. Ciononostante, ero molto più felice se ricevevo un complimento per quel che disegnavo o scrivevo piuttosto che per i miei risultati in ambito sportivo. Detestavo quel sistema di valutazione, basato unicamente sulla forza fisica, e, soprattutto, detestavo lo stress da competizione, per cui a partire dalle medie smisi di praticare qualsiasi sport. E infatti ho impostato questo progetto in modo che anche Demetrio, il protagonista della storia, sia una persona a cui non interessa particolarmente lo sport.»

Olympia Kyklos. Foto di Giuseppe Inella

Anche Demetrio, come Mari Yamazaki, ama divertirsi girando tra monti e nuotando nel mare, sviluppando, in modo del tutto naturale e senza nemmeno accorgersene, delle eccezionali abilità fisiche. Malgrado abbia sviluppato delle straordinarie doti atletiche il nostro protagonista non ne vuole proprio sapere nulla di competere in delle gare sportive, perché secondo lui alla base delle competizioni sportive risiede come sottofondo “l’ansia”.

All’ interno del manga infatti questo aspetto negativo dello sport ci viene raccontato attraverso la triste storia di Kōkichi Tsuburaya[3]. Alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 vinse la medaglia di bronzo, e alle successive Olimpiadi, in Messico, tutti speravano che vincesse la medaglia d’oro. La pressione dovuta da quest’ “ansia” da prestazione che il maratoneta giapponese dovette sentire su di sé da chi gli stava attorno e lo esortava a continuare a correre fu tale da spingerlo a togliersi la vita.

Demetrio ci racconta che anche nelle Olimpiadi antiche si verificavano situazioni simili, c’era infatti chi considerava lo sport una filosofia di vita e chi voleva sfruttarlo per raggiungere solo la gloria personale. Questo parallelismo mette in evidenza come il genere umano, alla fine, non sia cambiato poi così tanto in 2420 anni di storia.

Olympia Kyklos. Foto di Giuseppe Inella

È proprio questo che vorrei evidenziare attraverso la lettura del fumetto di Mari Yamazaki, che attua un brillante e certosino studio comparato tra le diverse culture; il valore morale e la capacità dell’arte stessa di suscitare emozioni, la responsabilità nei confronti di un villaggio o di una nazione, la libertà di poter coltivare le proprie passioni e di inseguire i propri sogni, la relazione tra fatica e piacere. Personalmente credo che questo manga lanci uno dei messaggi più genuini che possa insegnare l’attività sportiva, ovvero quello di praticare lo sport senza l’assillo di essere campioni.

Olympia Kyklos I, p. 4

[1] Spokon è un termine giapponese che designa un particolare genere di manga e anime le cui storie sono ambientate nel mondo dello sport e hanno per protagonisti degli atleti.

[2] Una persona che si dedica ossessivamente a un certo interesse, che spesso riguarda fumetti, cartoni animati e videogiochi.

[3] Kōkichi Tsuburaya, nato Kōkichi Tsumuraya, è stato un maratoneta e mezzofondista giapponese, medaglia di bronzo nella maratona ai Giochi olimpici di Tokyo 1964.

 

Si ringrazia Camilla Rossini per aver supervisionato l’articolo.

Si ringrazia Star Comics Edizioni per le immagini dagli albi.

Gli albi recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 

L’articolo è stato pubblicato in precedenza su Paesaggi Colorati.